BEYOND THE PAINTING 1

Mostra n. 131
TITOLO: BEYOND THE PAINTING 1
ARTISTI: GIANLUCA CAPOZZI, ARIANNA MATTA
A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI
PERIODO: 20 OTTOBRE 2018 – 10 GENNAIO 2019
INAUGURAZIONE: SABATO 20 OTTOBRE, ORE 18.30 – 21.00
SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA
ORARIO: DAL MARTEDÌ AL SABATO 15.30 – 19.30 (E SU APPUNTAMENTO)

Già il titolo della mostra “Beyond the painting” suggerisce un termine che si scosta dalla parola “pittura”, che ha in sé un che di antiquato, di logoro (anche perché inflazionato). “Painting” sembra invece indicare qualcosa di aperto, in movimento, in tensione. Una sfida che viene giocata sui tempi lunghi di uno sguardo che attraversa epoche, storie, leggende. Per approdare sulla tela stratificato (o rarefatto), ma capace di creare un’atmosfera sospesa, indefinibile. O, meglio, non finita, come arrestata sulla soglia dell’immagine, del suo presagio o della sua eclissi. Ogni soggetto è lì, sempre sul punto di scomparire e lasciare il posto alla sua possibilità di reinventarsi.
E se un tempo lo scopo principale della pittura era quello di rappresentare il mondo, di restituire la natura e, più avanti, quello di riflettere sui suoi stessi procedimenti, ora essa sembra esibire una nuova curiosità nello scontrarsi con le “cose”, nel narrare e nel narrarsi in mezzo ad esse (e non più di fronte ad esse). Non ha più modelli né riferimenti a cui richiamarsi. Perciò essa dà vita a immagini dove i frammenti (di memoria individuale o storica) si combinano in accostamenti inattesi e suggestivi.
È così nei dipinti di Gianluca Capozzi (Avellino, 1973), un’autentica proliferazione di sagome dalle fattezze banali confuse con i profili di noti uomini politici che sembrano sorgere dal passato prossimo. Il tutto tirato via da “grossolane “passate di pennello, da schizzi non ritoccati, non ripresi, non rilavorati; e, specialmente, il tutto avvolto da irridenti apparizioni fumettistiche, come a voler trattare “alla stessa maniera” il mondo alto e il mondo basso, nobili e plebei. È un frenetico fermentare di trionfi e stracci, un complicato, caotico, intricato movimento di arabeschi, quello di Capozzi. Ma che c’è oltre il suo desiderio di vedere con la pittura, cosa suggerisce in lui il ”Beyond” del titolo? Forse proprio ciò che sta al di là della visione, il disvelamento di quelle che sono le potenzialità latenti nella pittura stessa. È come se essa non si limitasse a mostrare il suo dispendio profuso e smisurato, ma interrogasse l’osservatore e lo invitasse a risolvere quel rebus visivo che in qualche modo rispecchia la nostra epoca contemporanea caratterizzata dal flusso inarrestabile della realtà virtuale e della tecnologia.

E, simile a un’immagine in cui transitano molte immagini, è anche il risultato della pratica pittorica di Arianna Matta (Roma, 1979). Pure lei insegue uno scenario slogato, lacerato, moltiplicato, e non perde volutamente tempo a integrarlo in un insieme unificato o a incorporarlo in una muraglia che fa massa, blocco. La sua è piuttosto la tenace volontà “di dar figura, di figurarsi in tutti i tempi e in tutti i luoghi, passando attraverso di essi” (A. Zambrano). Matta non guarda tanto alla vita in sé, quanto a ciò che sopravvive o a ciò che nasce attraverso i suoi piani allucinati, le sue insolite giustapposizioni, le sue azzardate linee spaziali. Le sue superfici sono come i frame di un film: ti portano in continuazione in luoghi diversi, ma soprattutto in luoghi che non si conoscono ancora (o non si conoscono più). E, anche quando lei dà l’impressione di lasciar intravedere vestigia o resti di mondo, non lo fa per documentare dati reali, ma piuttosto per rivelare il loro inarrestabile dissolversi e sparire: il loro divenire come sfuggenti “madeleine” proustiane.
Capozzi e Matta. Due artisti che sembrano prediligere un’immagine rotta, sporcata, disorganica. Un’immagine sempre sospesa tra realtà e sogno, tra forma e informe. Una posizione sottile, precaria, che però allerta la percezione e invita chi guarda a un atto di ricomposizione. Ma che, in fondo, lascia liberi di decidere dove e quando fermarsi ed essere. Magari per interrogarsi sugli infiniti aspetti che lavorano dentro le immagini e la loro successione. Perché, qui, la pittura non è solo una superficie piatta su cui si stende il colore, ma una nuova, possibile, forma di esperienza visiva.


THEATRUM

Mostra n. 130
TITOLO: THEATRUM
ARTISTI: CLARA BRASCA, ERNESTO JANNINI, ADRIANO NARDI
A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI
PERIODO: 19 MAGGIO – 15 SETTEMBRE 2018
INAUGURAZIONE: SABATO 19 MAGGIO, ORE 18.30 – 21.00
SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA

ORARIO: DAL MARTEDì AL SABATO 15.30 – 19.30 (E SU APPUNTAMENTO)

“Se il teatro ha una funzione è quella di rendere la realtà impossibile. Non mi interessa la riproduzione della realtà sulla scena. Mi interessa il contrario, difendere la scena dalla realtà, portare in scena un’altra dimensione, un altro spazio, un altro tempo”. Così scriveva il drammaturgo tedesco Heiner Müller. Ma cosa succede se questa “scena teatrale” viene portata in una galleria d’arte e se sipari, tende veneziane, fondali dipinti prendono il posto di quadri, fotografie, sculture? È il teatro che sparisce nello spazio espositivo o lo spazio espositivo che si teatralizza? È la macchina scenica che sperimenta la dimensione dell’arte visiva o l’arte che si rifà alle regole dello spettacolo? Ma perchè non pensare a dei rapporti fecondi, fluidi, interconnessi tra i due linguaggi? In fondo le avanguardie storiche e la successiva stagione degli happening e delle performance hanno portato a palcoscenici fuori dagli spazi canonici: nelle strade, nelle piazze, nella natura. Mentre l’arte si è fatta sempre più scenografica, comportamentale, capace di immaginare e sperimentare nuovi mondi possibili: di creare opere-eventi, luoghi-eventi che si connettono tra di loro.

Così la mostra “Theatrum” non intende portare in galleria le componenti classiche del luogo teatrale (palcoscenici, quinte, “golfi mistici”): non si sofferma ad analizzare il funzionamento dell’apparato scenico, smontandone gli ingranaggi e studiandone le possibili varianti. Ma fa delle proprie stanze un teatro, un mondo a parte, una combinazione di maschere, specchi, doppi fondi. E ne sono una chiara testimonianza i lavori dei tre artisti in mostra. Lo sono le grandi carte di Clara Brasca, in cui sembrano coesistere sulla stessa superficie materia e smaterializzazione, ritratti ideali che vengono dalla profondità della storia e fregi che rigenerano, restaurano il perduto, per fargli riprendere il volo (la vita). Ma lo è anche il grande sipario di Adriano Nardi (“Teatro di guerra”), dove l’artista romano cerca di dar corpo a un’immagine tenebrosa della distruzione della città di Goutha in Siria. Qui lo sguardo dà l’impressione di scavare letteralmente nella materia e la pittura di farsi tormento, interrogazione, rottura. Tanto che l’energia del gesto pareggia le nozioni di scena e tela, di pittura e teatro. Più complessi gli interventi di Ernesto Jannini che opera sul concetto di “soglia”, come volesse evidenziare quel “non-luogo” che rimane sempre il teatro, quell’ altrove che ha a che fare con il sogno o con l’inconscio. Egli dipinge una sorta di teatro delle marionette (“Gran Torneo”), avvolto da un sipario semovente o un viso su tavola con davanti una tenda veneziana (“Pulcinella robotico”). Egli ama il bilico, lo sbilanciamento, il limite, al di là del quale può avverarsi qualsiasi avventura, supplizio o frode.

Ma si dirà: nessun testo, nessuna regia, nessuna scenografia può sostituire la presenza fisica dell’attore. Il corpo è l’essenza stessa del teatro. Esso si agita, è vivo, fino a quando la rappresentazione ha luogo. Ma davvero, se manca la recita, tutto diventa museo, arredo, cornice? Davvero se si spengono le “luci della ribalta”, tutto si arresta e rientra nei territori del banale e del quotidiano? O non si realizza piuttosto un inatteso sortilegio: e cioè che lo spettatore diventi attore, che colui che ascolta nel buio della platea, s’inventi parole segrete, movimenti enigmatici, occhi turbati? Non guarda e insieme è guardato? Non entra ed esce, pure lui, dallo spazio della recita? Non si trasforma in un “personaggio in cerca d’autore”? Allora forse “sperimentare” in galleria, è già rito teatrale, atto performativo, esibizione scenica.

 

THEATRUM

 30.06. 2018

h 19:00, presentazione del catalogo.

A seguire una breve pièce teatrale

“I Canti di Eso” di Ernesto Jannini

artisti

CLARA BRASCA

ADRIANO NARDI

ERNESTO JANNINI

 a cura di

Luigi Meneghelli

 Sabato 30 giugno (ore 19) verrà presentato alla Galleria La Giarina il catalogo della mostra “Theatrum” a cura di Luigi Meneghelli, che resterà aperta fino al 15 settembre 2018.

Le opere esposte si rifanno tutte a quello spazio magico e insondabile che è il teatro. Ma senza volerne svelare i segreti, quanto invece per togliere il velo di complicità e di abitudine che di solito ci offusca la vista e spiegare, aprire lo sguardo su tutto quel che compare su un palcoscenico: sipari, fondali, quinte, doppi fondi. I tre artisti in mostra (Clara Brasca, Adriano Nardi, Ernesto Jannini) sembrano allestire una sorta di scenografia in cui non si danno vere azioni, girotondi di parole e di personaggi. Ma è proprio questa scena che rimane vuota a offrirci l’idea di un cantiere pronto ad essere vissuto, abitato, di una costruzione aperta ad accogliere infinite storie e destini.  È così con le grandi carte di Brasca, su cui l’artista dipinge “volti ideali” di donne che rimandano alle protagoniste delle tragedie greche: Antigone, Medea, Elettra. Ed è così anche con il grande “sipario” di Nardi con l’immagine della distruzione di Goutha (Siria), ottenuta attraverso una pittura sincopata, straziata.

Più stratificati gli interventi di Jannini, giocati sul concetto di “soglia”, dove ogni scena diventa un non-luogo, uno spazio in cui la visione è differita da veli e tendaggi (“Gran Torneo”, “Pulcinella robotico”). I suoi lavori sembrano evidenziare davvero quel particolare movimento di familiarità e distanza, avvicinamento e separazione che contraddistingue anche il linguaggio teatrale. Ma in un video egli arriva perfino a servirsi di un immagine della Storia dell’Arte (e precisamente del “Cristo morto con quattro angeli” del Bellini): qui con un ago penetra la ferita del Salvatore, quasi a simboleggiare la volontà di toccare il sacro, l’inconoscibile.

A chiudere l’incontro sempre Jannini darà vita ad una performance dal titolo “I canti di Eso” (dove Eso sta per “Ente sonoro”). Accompagnandosi con la chitarra egli parlerà di riti, di danze, di cacce, di pitture che attraversano i secoli. Ma senza badare al ritmo narrativo, quanto alla voce che si fa, via via, respiro, melodia, “azione verbale”. In una parola, suono che si espande, diventando pensiero sulla vita, rito iniziatico, incantamento.

Di seguito il link per accedere al catalogo:

Theatrum catalogo


REBIRTHING

Mostra n. 129

TITOLO: REBIRTHING

ARTISTI: DANIELE GIUNTA, ALBERTA PELLACANI, SILVANO TESSAROLLO

A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI

TESTI DI: LUIGI MENEGHELLI, ANDREA LERDA

PERIODO: 10 FEBBRAIO – 28 APRILE 2018

INAUGURAZIONE: 10 FEBBRAIO, ORE 18.30 – 21

SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30 (E su appuntamento)

“Dimmi quando tornerò a vivere / dimmi quando ti respirerò”. Così cantavano gli Skillet, un gruppo rock di Memphis, nel 2006. E il titolo della canzone era proprio Rebirthing, come quello dato alla mostra alla Galleria La Giarina. Ri-nascere, riscoprire l’arte del respiro, la voce del silenzio, il lato nascosto delle cose. È fare esperienza del mondo, esserne di continuo attraversati. Affermare una pratica che va ben oltre il noto verbo di Descartes: “Cogito, ergo sum” (Penso, dunque sono): e cioè “Sento, dunque sono”. È sostenere che la condizione umana non è solo spirituale, ma anche corporea. Perchè il corpo è profusione del sensibile; è inscritto nel movimento delle cose e si mescola a esse con tutti i suoi sensi. Non si può dividere con un taglio netto soggetto e oggetto, interno ed esterno. Noi non guardiamo da fuori, ma da dentro. È vero: è la vista che (soprattutto oggi) proietta l’uomo nel mondo, ma lo mette a contatto solo con la sua superficie. Gli permette di riconoscere le cose, ma non di conoscerle, di interpretarle, di viverle. La vista ha bisogno di tutti i sensi per esercitarsi nella sua pienezza. “Vedo con occhio che sente, sento con mano che vede”, ha scritto Goethe in “Elegie romane”. Come chiamare questo sopravanzamento o sconfinamento sensoriale? Palpazione oculare o occhio aptico? In fondo, si tocca con gli occhi come i ciechi vedono con le mani.

Ebbene, gli interventi dei tre artisti invitati a Rebirthing (Alberta Pellacani, Carpi, 1964; Silvano Tessarollo, Bassano del Grappa, 1956; Daniele Giunta, Lago Maggiore, 1981) testimoniano una sorta di brama esplorativa, di bisogno di immersione desiderante nella materia del mondo. Pellacani con i suoi Palinsesti (di Mantova, di Venezia) sembra rivisitare la storia delle città, creando una visionaria geografia fatta di consistenze fittizie, echi, spessori d’aria. Impiegando una sorta di superficie specchiante “filma” il mondo che ci circonda e lo porta a sciogliersi e a ricomporsi, come in un sogno ad occhi aperti. Il suo è uno sguardo che conosce la misura del non finito, anzi dell’indefinito, di ciò che è sospeso, cangiante, metaforico (come in Changing) o al limite della visibilità (come in alcuni disegni appena abbozzati e percepibili solo al buio). L’operazione di Tessarollo invece dà l’idea di un ritorno a una naturalità pura, come quella auspicata da Lévi-Strauss o dagli scritti di Pasolini. Egli vuole far avvertire l’architettura segreta sottesa a elementi come alberi, rami, campi di grano. Gli interessa la scoperta, la presentazione, l’insurrezione del valore magico e meravigliante delle materie viventi, come la terra, la cera, la paglia. Fino a realizzare un grande telero (Sine sole sileo, 2017), dove sparge sulla superficie polvere di torba, come fosse una metaforica semina, capace di unire terra e cielo, profondità e altezza. Giunta, infine, arriva ad abbandonare ogni cosa (naturale o artificiale che sia): si trasferisce perfino nel Verbano (VCO), dove il mondo non è quasi più mondo, ma un luogo in cui perdersi, “uno spazio infinito” in cui è necessaria “un’attenzione altra” (come dice lo stesso artista). Lì, “l’arte diviene una sorta di condizione sperimentale in cui si sperimenta il vivere” (J.Cage): lì si è disponibili a tutti i fatti della vita: al passare del tempo, al costruirsi una casa, all’accendersi un fuoco, al praticare l’apicoltura (come Giunta ci mostra nel video Build from Flowers, 2017). A contare è proprio il mistero dell’essere (e dell’esistere), l’edificio della creazione, il tempio del mondo.

Ovvio che la Galleria più che un semplice spazio espositivo, divenga una dimensione di esperienza, arte, lavoro, amore. Senza prodursi in proclami ideologici o in discorsi legati all’ecologia, gli artisti intendono farci sentire, conoscere, gustare il sapere-sapore di un’esistenza creativa. Il loro è un viaggio iniziatico all’origine delle cose. È un immergersi nel loro segreto, un “rebirthing”, un rinascere e dimorare in esse.

 

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Rebirthing catalogo


30 YEARS / 30 WORKS

Mostra n. 128

TITOLO: 30 YEARS / 30 WORKS

ARTISTI: E. BAJ – V. BENDINI – M. BERMAN – A. BIANCONI – C. BRASCA – D. COLTRO – C. COSTA – W. DELVOYE – S. DIENES –        J. DUPUY – K. FRIEDMAN – F. GARBELLI – D. GIRARDI – D. GIUNTA – A. HANSEN – M. HENRY – E. JANNINI – T. KANTOR –    MAN RAY – A. MONDINO – C. MOORMAN – A. NARDI – H. NITSCH – B. PATTERSON – S. PICATOSTE – L. RAFFAELLI –                   T. SCIALOJA – K. SCHWITTERS – D. SPOERRI – S. TESSAROLLO

A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI

PERIODO: 07 OTTOBRE – 27 DICEMBRE 2017

INAUGURAZIONE: 07 OTTOBRE, ORE 18.30 – 21

SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30 (E su appuntamento)

 

Giusto 30 anni fa la Galleria La Giarina dava avvio alla sua attività espositiva con una rassegna legata al cinema fantastico, “Fantasy Film Expo”. Una raccolta di cimeli di ogni tipo: fotografie, manifesti, copioni, sceneggiature, maschere, truccature, mani mozze e denti finti, astronavi e dinosauri. Una specie di “camera delle meraviglie”, dove gli oggetti raccolti trasformavano lo spazio, facendolo diventare un luogo magico, misterioso, fatato, un universo parallelo dove le cose parlavano, ma usando una lingua segreta, tutta da svelare, tutta da decifrare.

Era l’inizio di una lunga avventura fatta di viaggi iniziatici, incontri con guide mitiche, superamenti di prove, discese agli inferi e resurrezioni prodigiose. Quasi un itinerario paradossale, dato che si parla di una galleria e, come tale, di un luogo con precise regole, programmi, bilanci. Ma se la direttrice dello spazio (Cristina Morato) è una figura che si è formata investigando le mille anime di Alberto Savinio, un artista in cui si conciliano sacro e profano, mito e aneddoto, sublime e farsesco, si può capire anche come le esposizioni siano state spesso la ricerca di accostamenti incongrui e inattesi, di relazioni celate e invisibili. Mai inseguimento di un orizzonte definito, tirato con il “filo a piombo”, mai vocazione per simmetrie, corrispondenze, combinatorie preordinate. La Galleria ha sempre aspirato a “trasportare a volo (il visitatore) in un altro mondo, in un altro livello di percezione” (come avrebbe detto Italo Calvino).

Più volte si è trasformata letteralmente in uno spazio precario, aperto a trasfigurazioni fantastiche: come nel caso della stanza dipinta di viola e iperdecorata di R. Zwillinger (1990) o della piscina con tanto di “cadavere galleggiante” di Gligorov (2001); nello studio di un immaginario scultore dell’ottocento di Manfredo Beninati (2010) o nel più recente “Bivacco” ligneo di Daniele Girardi…È così che l’austero palazzo del ‘500, sede della galleria, da luogo che ospita opere si è tramutato in opera esso stesso, da spazio è diventato materia.

Ma un altro incontro, in questo caso con un personaggio leggendario, ha influenzato le scelte e il modo di pensare e presentare l’arte da parte della gallerista: ed è stato quello con Arturo Schwarz, studioso di Dadaismo, Surrealismo, Kaballah, Alchimia, Arte tribale, ecc. La conoscenza delle Avanguardie (e dei saperi alchemici) ha portato al bisogno di frantumare ogni omogeneità rappresentativa, a disarticolare il mosaico del visibile in tanti fotogrammi. Niente prospettive uniche, niente mito nietzschiano del “grande stile”. Niente sistema fisso, ma sentieri provvisori, transitori: è quanto accaduto quando è stata affrontata la questione del “corpo come linguaggio artistico” (“Shape your body”), un’operazione durata due anni (1993/1994) e che ha messo a confronto le azioni provocatorie e sovversive degli artisti della Body Art storica con le esperienze più giovani che esibivano una sinistra allegrezza mista a un’atmosfera da favola; come è quanto accaduto quando si è indagata la voce innominabile degli scarti (“Il destino delle cose”, 2015), mettendo in scena gli artisti del Nouveau Réalisme, gli “imballaggi” di Kantor, la poesia del frammento di Schwitters e, accanto, lo sguardo pieno di seduzione e straniamento delle nuove generazioni, il loro aggrapparsi agli oggetti abbandonati come fossero reminiscenze, epifanie rivelatrici, cose che tornano a vivere sotto un altro segno. È diventato sempre più un modo di affrontare il mondo dell’arte come un progetto destinato a rimanere incompiuto, anzi un modo che continua a ridefinire l’ordine delle cose, dei luoghi, dei tempi.

E anche questa mostra “30 Years / 30 Works” non intende fermare la storia, ricapitolare le tante stazioni attraversate. Sarebbe un elenco sterminato (127 le esposizioni personali o collettive, centinaia gli artisti passati dalle stanze della galleria). Né, tanto meno, intende essere una celebrazione o una rievocazione: fosse così, avrebbe il senso del rito, della cerimonia commemorativa. Mentre i trenta artisti scelti documentano un intreccio di linguaggi, di piani temporali lontani, di tecniche e di strumenti eterogenei. Le loro opere si sfiorano, si confrontano, si specchiano, facendo sorgere imprevisti significati. Passandovi in mezzo, assistiamo alla migrazione di motivi, di ipotesi, di composizioni da un artista ad un altro, a un altro ancora. In questo festoso incontro qualsiasi logica di sviluppo lineare è saltata, in favore di una cartografia eccentrica. Qui vige la legge del desiderio, della mobilità, della visionarietà. E ogni visitatore è invitato a farsi artefice del proprio sogno. Con la leggerezza e il disincanto degli artisti Fluxus, tanto legati alla galleria, i quali sostenevano che “tutto è arte e tutti possono farla”. Ironicamente, democraticamente.

Di seguito il link per accedere al catalogo:

30 Years/30 Works catalogo


LUXURY

Mostra n. 127

TITOLO: LUXURY

ARTISTI: RHONDA ZWILLINGER – ARCH CONNELLY – ANDREA BIANCONI

A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI

PERIODO: 8 APRILE – 30 GIUGNO 2017

SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30 (E su appuntamento)

“Guardo fuori dal mio studio e vedo tutti i tabelloni luminosi, vedo la porta di un ‘Sexy Shop’ fatta a forma di serratura enorme: questa è New York, questa è la nostra storia dell’arte”. Così in un’intervista Arch Connelly (Chicago, 1950; New York, 1993). Erano i frenetici anni ‘80 dell’Est Village, gli anni in cui l’artista si lasciava trapassare dagli eventi e dalle cose e insieme si prolungava e coesisteva con essi. “Essere ovunque nel mondo e avere il mondo dentro di sé”, era un altro degli slogan del tempo. Nessun divieto, nessuna tecnica privilegiata, ma solo un flusso caotico di immagini che si inseguono, di oggetti che diventano una vera espansione epidermica del soggetto, un prolungamento sensoriale del suo corpo nel mondo.

Così gli specchi, i tondi, le cornici di Connelly appaiono come inondati da una marea di elementi superflui e gratuiti come strass, perle finte, ricami, residui materici argentati, che trasformano e stravolgono ogni idea di funzione e uso. A contare sembra che sia l’iperdecorazione, l’espressione dell’artificio: una sorta di visione infantile e giocosa della realtà.

Anche il lavoro di Rhonda Zwillinger (New York, 1950) si fonda sull’eccesso di un ornamento che dilaga, fino a riempire tutto, a sommergere ogni oggetto come una schiuma avvolgente e abbagliante. Ma mentre Connelly rimane legato alla bidimensionalità della parete, il bizzarro mondo della Zwillinger (attualmente in mostra al Museum Boijmans di Rotterdam) si appropria dello spazio, lo trascina nel suo sogno eccentrico e romantico. È un’opera composta da borsette e scarpe, da pareti decorate con motivi floreali, da tavolinetti con piedestallo a tortiglione, da quadri con una pittura psichedelica che spesso replica motivi della Storia delle Immagini. Le perline di vetro, le paillettes, le palline di plastica che ricoprono ogni elemento compiono un’operazione anticlassica, con l’intento di degradare i valori “alti” dell’Arte in favore della banalità di massa. Ma di quest’arte che sta tra denuncia e kitsch, tra critica e irrisione, cosa è rimasto dopo trent’anni? Rivederla è ripercorrere utopie sveltamente seppellite o scoprire quanto di quest’ultima festa visiva rimane ancora di inespresso?

Non è un caso che un artista come Andrea Bianconi (Vicenza, 1974) abbia ripreso in mano valigie ricolme di lustrini e di piccoli oggetti d’antan o maschere ricoperte di borchie, perle e spaghi. Egli ama cambiare continuamente la struttura dell’opera, disfarla tra le mani, moltiplicarla, dilatarla fino a farla diventare inafferrabile. Allora l’opulenza, il lusso (il “Luxury” del titolo), può trasformarsi in passione conoscitiva, in raccolta di frammenti, in romantica collezione delle cose della vita. Può diventare un modo per abbigliare il mondo, utilizzando proprio gli oggetti che il mondo stesso ha perduto o dimenticato.

 


RACCONTI DAL BIVACCO 17

 con Paolo Cognetti e Daniele Girardi

 

Di ritorno dalle loro esplorazioni, Paolo Cognetti e Daniele Girardi portano le atmosfere della montagna e dei luoghi selvaggi alla galleria La Giarina di Verona.

sabato 17 dicembre 2016, ore 18.30

 

Daniele Girardi, Bivacco 17

 

In occasione della presentazione del catalogo relativo alla mostra “Bivacco 17” (a cura di Luigi Meneghelli), la galleria La Giarina è lieta di ospitare lo scrittore Paolo Cognetti per un reading tratto dal suo ultimo romanzo “Le otto montagne” (Einaudi editore), un caso editoriale tradotto in oltre trenta paesi. Nel potente romanzo di Cognetti la montagna è raccontata nell
a sua scarna bellezza, dura e selvaggia, ed è al centro di incontri unici che segnano l’animo.

Proprio tra i boschi e le montagne è nata l’amicizia e poi la collaborazione tra i due artisti, che in questo incontro accompagneranno gli ospiti in un emozionante dialogo tra parole e immagini. La “lettura” verrà fatta proprio all’interno del “Bivacco 17”, l’installazione site-specific dove Daniele Girardi ha ricreato in galleria uno dei numerosi rifugi frequentati nella wilderness.

 

Paolo Cognetti (Milano, 1978). Da anni si divide tra la città e una baita a duemila metri, sul tema della montagna ha pubblicato Il Ragazzo selvatico (Terre di mezzo 2013) e con Sofia si veste sempre di nero (minimun fax 2014) è stato finalista al premio strega. Il suo blog è paolocognetti.blogspot.it

Daniele Girardi (Verona, 1977). Negli ultimi anni si è dedicato al rapporto tra esperienza nella wilderness e arte visiva. Attualmente è impegnato nel progetto North Way, un ciclo di residenze nelle foreste del nord Europa. Il suo sito è www.danielegirardi.com.

 

 


Bivacco 17

 

 

i-libri-di-fango-polimaterico-80x88-cm-1979Claudio Costa, La costellazione della Giraffaleo-niger-ceramica-42x42-cm-1986 The Great Valley Project, 2014, oggetti: legno corda carta,  45 x 36 x 14 cm

The Great Valley Project, 2014, oggetti: legno corda carta, 45 x 36 x 14 cm

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BIVACCO 17

Mostra n. 126

TITOLO:       BIVACCO 17

ARTISTI:           CLAUDIO COSTA – DANIELE GIRARDI

A CURA DI:      LUIGI MENEGHELLI  

PERIODO:        24 SETTEMBRE – 31 DICEMBRE 2016

INAUGURAZIONE: 24 SETTEMBRE, ORE 18.30 – 21

SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30 (E su appuntamento)

 

Claudio Costa (Tirana 1942 – Genova 1995) e Daniele Girardi (Verona 1977). Due artisti di generazioni diverse e di diverse modalità espressive: il primo che cerca di comprendere ciò che ci viene dal profondo, dalle stagioni trascorse, dalla vita passata e il secondo che cerca di investigare lo scorrere di un tempo di cui non conosciamo ancora le coordinate, i sensi, gli umori. “Vorrei che il mio lavoro fosse un fiume lavico che dalla foce risalga alla sorgente”, ha scritto Claudio Costa. Forse Daniele Girardi potrebbe scrivere: “Cerco di uscire dalla realtà del presente, per sperimentare un cammino quasi spirituale alla scoperta delle primordiali leggi della natura”.

Due artisti lontani, ma anche vicinissimi, perché entrambi cercano di far affiorare immagini segrete, seppellite o ancora nascoste. Se per Costa la creazione è un “work in regress”, per Girardi è sempre un “work in progress”. Per entrambi, comunque si tratta sempre di esorcizzare la morte ed esaltare la vita.

Lo stesso ferro arrugginito, il materiale degradato, distrutto, intaccato dagli agenti atmosferici, roso dall’uso, che impiega Costa, lascia emergere potenzialità espressive eccezionali. E le colle, i legni, le argille, le fotografie, le radiografie che potrebbero suggerire un’idea di fissazione, in realtà diventano interminabili interrogazioni, scambi, cortocircuiti visivi. L’operazione di Girardi ha qualcosa di più introverso e mentale. Consiste nella pura esperienza del camminare, del perlustrare luoghi incontaminati. Ma è proprio nell’esplorazione, nel rapporto con la natura che si realizza il suo sapere. Nel video MYR, ad esempio, egli riprende il suo procedere incerto attraverso le lande deserte della Norvegia, con i passi che esitano, perché non sanno se sotto la superficie si celino profondi strati d’acqua. Così, ogni incedere è insieme scoperta e minaccia, conquista e smarrimento. E se nella decina di lavori (su tela o su legno) di Costa sembra salire il gran fiato dei secoli per portare i suoi documenti antropologici, nelle azioni di Girardi i documenti sono l’esperienza stessa dell’agire.

“Bivacco 17” è il titolo dato all’esposizione e nasce da uno dei rifugi di Girardi, che viene letteralmente ricostruito in galleria: una sorta di accampamento in cui è raccolto tutto il materiale necessario alle esplorazioni: appunti, mappe, foto, zaini, corde. Una “grotta” in cui sono radunati progetti ed evocazioni, strumentazioni e ricapitolazioni. Un po’ come nelle ”tavole alchemiche” di Costa, dove lo stato di “sonno” si mescola e passa invariabilmente a quello di risveglio e di nuova consapevolezza.

Di seguito il link per accedere al catalogo:

Bivacco catalogo


SONATA A TRE

Mostra n. 125

TITOLO:       SONATA A TRE

ARTISTA:     BERNARD HEIDSIECK, JACQUES SPACAGNA, JEAN DUPUY

A CURA DI:   LUIGI MENEGHELLI

PERIODO:     16 aprile – 30 giugno 2016

Bernard Heidsieck (Parigi, 1922-2014), Jacques Spacagna (Parigi, 1936-1990), Jean Dupuy (Moulins, 1925): tre testimoni delle ultime utopie avanguardistiche, come sono state la Poesia Sonora, il Lettrismo, Fluxus. Tre autori che hanno indagato il valore della parola nelle sue potenzialità implicite, quando questa ha perso il suo significato ed è rimasta come puro suono, scintilla musicale. Il loro intervento è contro il modernistico prevalere del testo scritto e stampato, per rivendicare orgogliosamente l’oralità e la ricerca fonetico-sonora quale recupero e rilancio del potere arcaico del verbo, a partire dalla grande tradizione omerica o aedica.

L’opera di Heidsieck richiama la sperimentazione del Futurismo (“Le parole in libertà” di Marinetti, “I rumori plastici” di Balla). Ma si spinge ancora più avanti: in poesia rompe alla lettera la lingua; nel collage mescola frammenti verbali e visivi. L’obiettivo è quello di creare un progetto poetico, aperto alle più diverse intenzioni linguistiche e performative. Nei nove lavori su carta presenti in mostra si intrecciano testi e bande magnetiche, tracciati grafici e microcircuiti: è la visualizzazione di una sonorità virtuale, di una strumentazione elettronica che dilata “Il potere della parola”. Spacagna cerca la dimensione prima e primaria di ogni espressione umana. Come faceva Isidore Isou, scompone la parola e separa le lettere tra di loro. Ma soprattutto riempie le sue opere di una fittissima trama di segni policromi. Sia nelle grandi tele che in quelle più piccole (basate su una stampa serigrafica) ricorre ad una grafia sub-letterale, che si rifà a lingue sconosciute, inventate, ancestrali. Dupuy, da buon esponente di Fluxus, fa regredire ogni oggetto e ogni azione all’infanzia del sapere. “L’importante è che le cose siano quelle che sono”: frasi semplici, riflessioni giocose, divertissement. Qui, lo sono le tavolette di legno con ciottoli e particelle sillabiche. Soprattutto lo sono il monitor di un vecchio televisore con sopra scritto “Video ergo sum” e The Heir, un manichino con occhio bendato posto davanti ad una tela con “frasi alla deriva”.

Tutti e tre gli artisti più che scrivere, compongono, come se le loro parole fossero pronte a generare letture, respiri, esperienze sonore. E non è un caso che la sera dell’inaugurazione il performer Mauro Dal Fior reciti uno dei poemi più noti di Heidsieck, Vaduz: un testo esilarante, dove la capitale di uno stato microscopico finisce per diventare il centro stesso del mondo.


INTERROGARE LA MATERIA

Mostra n. 124

ARTISTA:  VASCO BENDINI

A CURA DI:  LUIGI MENEGHELLI

PERIODO:  10 OTTOBRE 2015 – 27 FEBBRAIO 2016

INAUGURAZIONE: 10 OTTOBRE, ORE 18:30 – 21

 

“In me vive una necessità ineluttabile di immaginarmi come spogliato ogni volta che mi trovo nel mio studio, vuoto e silenzioso, di fronte alla tela vergine. Ad ogni inizio mi gioco tutto come nel battesimo”. Sono appunti che Vasco Bendini (Bologna 1922 – Roma 2015) traccia in anni tardi, quando ha già sperimentato tante immersioni e tanti lavacri dentro l’oscura necessità della materia: quando ha già vissuto tante soste inquiete, attese millenarie, miracoli di resurrezione. Per lui, infatti, fin da principio è fondamentale l’attenzione ai sintomi, alle impronte, alle sopravvivenze, agli aliti che vengono dal profondo. Certo: compagno di strada degli “Ultimi Naturalisti” di Francesco Arcangeli (dei vari Morlotti, Mandelli, Moreni, ecc.), ma mai visceralmente coinvolto in incombenze e spessori vitalistici, quanto invece orientato a stendere “segni segreti”, che sembrano sempre sul punto di abolirsi, di dissolversi, prima che qualsiasi significato abbia avuto il tempo di “prendere”. E’ la volontà di porsi sempre al limite, nella zona dove i nostri sensi devono affinarsi e farsi quasi mediatici, telepatici per riuscire a vedere. Può trattarsi di una ricognizione spaziale, di una “visione paesistica”, dell’emergenza di un volto: tutto è invariabilmente ridotto a reliquia, a parvenza, a traccia fantasmatica.

Le venticinque tele (più un immenso olio su carta) presenti in mostra costituiscono una sorta di sintetica retrospettiva. E prendono avvio dai tardi anni ’50, quando le esalazioni sfuggenti, la dialettica dell’apparire/sparire conoscono una accentuazione dell’atto gestuale. L’immagine ora “si forma, si amplia, esalando in soffocanti baleni, trasudando in febbri dolenti” (ancora Arcangeli): anzi, si può dire che essa si identifichi proprio con i movimenti stessi della materia, quasi a documentare la volontà da parte di Bendini di maggior partecipazione, di intervento immediato, di focalizzazione dell’attimo in cui l’opera si compie. Lo dice lo stesso artista “Quando dipingo mi abbandono interamente a ciò che vado man mano facendo”. Non c’è più distinzione tra processo psichico e materia. Il pensare, il sentire coincidono con l’agire. Senza però con questo scivolare in un furente e cieco automatismo, in un incontrollato intervento del caso, quanto piuttosto facendo venire a galla memorie perdute, polveri del tempo passato, dettagli rimossi. Ed allora smarginature, erosioni, chiazze lucenti, stanno ad indicare la presenza di qualcosa che è poco definito ma tuttavia incombente, certo, ben radicato. E’ consapevolezza del fare, facendo; è analisi del processo stesso della pittura e del riconoscersi in essa, è produrre arte come autobiografia.

A metà degli anni ’60 Bendini sembra invece dichiarare la decadenza del quadro e ricercare una sempre più essenziale concentrazione di sé in oggetti, azioni, processi. Nasce una nuova attenzione alle cose che ci accompagnano nella nostra vita quotidiana: sedie, telai, celophane, specchi. Ma non si tratta di enfatizzare il valore estetico dei materiali, bensì di produrre una somma di valenze psicologiche e di stimolazioni sensoriali. Soprattutto si tratta di mostrare elementi “poveri”, interventi minimi, quasi sul punto di scomparire, ma soprattutto capaci di allargare la nostra soglia di percezione e di aprire un nuovo rapporto tra l’io e il mondo. In mostra, è vero, ci sono solo opere bidimensionali. Ma le precedenti esperienze oggettuali (o corpotamentali) portano dentro la superficie anche materiali extrapittorici, come paglia, colle, polveri di rame e d’argento. Così materia e colore accolgono dentro l’opera le cose esterne, come a mettere alla prova la tela o a far uscire il quadro dal quadro. “Si sente che l’opera ora offertaci, scriveva Renato Barilli, è ancora gonfia di una quantità d’azione, soltanto provvisoriamente schiacciata, ma pronta a riesplodere, a emanare di nuovo una sua profondità”. Si va oltre la dimensione storica della tela, per farne un supporto su cui può essere inserito perfino lo scarto o il rifiuto, ossia le tracce stesse del proprio vissuto.

Nei lavori successivi Bendini pare liberarsi da ogni sentimento di precarietà umana e da ogni ansia esistenziale per “dare voce” ad una pittura che si fa ampia, indefinita, aperta: vera leggerezza d’aria ed equilibrio instabile ed estremo del colore, vera propensione ad una dimensione cosmica ed armonica della visione. Gli stessi titoli ineffabili che l’artista bolognese impiega funzionano alla pari di indicazioni interpretative: Dove la luce ha luogo, l’immagine accolta, ecc. E’ come se la pittura, da eco trasfigurata di un mondo casualmente incontrato, si facesse pura eco di un paesaggio dell’animo. Ma, tra tante affermazioni di varietà e mobilità gestuali, emergono anche quelle di “luogo” e di “accoglienza”. E, questo, perchè non siamo mai di fronte ad una stesura unica, ma ad una serie di stratificazioni o velature cromatiche, ad un’idea di pelle o membrana, se non addirittura di corpo, anche se appannato, dissolto, continuamente trasceso. In fondo Bendini rimane sempre un “pittore di senso e di sensi, di un eros carnoso e carnale, o incarnato”, come fosse un segno di epifania celeste.

 


FluxCONZert

Omaggio a Francesco Conz

PERFORMANCE/CONCERTO

su azioni/partiture di

George Maciunas, George Brecht, Philip Corner, Yoko Ono,

Mieko Shiomi, Giuseppe Chiari, Ken Friedman,

Ben Vautier, Alison Knowles

ed altri artisti Fluxus

rivedute, adattate e performate da

MAURO DAL FIOR

La galleria La Giarina che, a partire dal 1991 con la prima mostra “Fluxartisti” fino all’ultimo evento in ordine di tempo del 2012 “Fluxus Jubileum”, ha ospitato in diverse occasioni i più importanti protagonisti storici di FLUXUS, presenta il poeta totale Mauro Dal Fior in un concerto/performance ispirato ad azioni e partiture di vari autori rappresentativi del movimento.

Dal Fior che già dagli anni ’70 inizia a scrivere poesie e lavora in gruppi teatrali, realizza i primi esperimenti di Poesia Visiva e Concreta negli anni ’80 e avvia lo studio delle Avanguardie Storiche e del movimento FLUXUS che lo porteranno successivamente alla “Poesia Totale”.

La serata, introdotta da Patrizio Peterlini, direttore della Fondazione Bonotto, è un omaggio a Francesco Conz (Cittadella, 1935 – Verona, 2010), fondamentale figura di editore e collezionista di quella che è ritenuta l’ultima Avanguardia del Novecento. Il suo Archivio a Verona è stato un punto di riferimento per tutti gli appassionati e studiosi di neoavanguardie. In oltre trent’anni di attività ha ospitato i più importanti artisti internazionali come Joseph Beuys, Hermann Nitsch, Allan Kaprow, Daniel Spoerri, Lawrence Ferlinghetti. Ha lasciato un grande patrimonio di documenti, opere, fotografie, libri, alcuni ancora da pubblicare come il poderoso “La Livre. An Homage to Ezra Pound”, progetto che ha coinvolto dal 1987 più di sessanta artisti delle avanguardie poetiche internazionali.


UTOPIE PERIFERICHE

Mostra n. 123

UTOPIE PERIFERICHE

ARTISTA:         LUISA RAFFAELLI

A CURA DI:      MICHELE BRAMANTE

PERIODO:        28 MARZO 2015 – 20 GIUGNO 2015

Utopie-Periferiche

Il 28 marzo si inaugura la mostra personale di Luisa Raffaelli “Utopie Periferiche”, presso la Galleria La Giarina di Verona che presenta fotografie, video e installazioni dell’artista impegnata in una ricerca al confine tra arte e antropologia.

 

Disobbedendo alle linee guida del pensiero contemporaneo, che, in fondo, impone di non sognare troppo, Luisa Raffaelli gioca, al contrario, con le proprie utopie. L’interesse specifico del suo immaginario è centrato sulle condizioni ambientali e abitative, nonché sul loro governo attraverso razionalità e costruzione che codificano il rapporto tra spirito e natura, tra l’uomo e il proprio ambiente e, ancora, tra soggetto e soggetto.

 

Nelle zone periferiche, campo nevralgico degli esperimenti di Raffaelli, le possibilità si moltiplicano, la lontananza dal controllo centrale diminuisce il grado di sicurezza, ma gli eventi diventano più imprevedibili e fecondi.

 

A partire da cellule abitative che innescano il momento genetico della struttura, Raffaelli sviluppa un composito tessuto extraurbano che integra nella sua evoluzione tutto il materiale utile alla sopravvivenza, allo scopo di soddisfare i bisogni elementari di una cittadinanza ibrida.

 

La lucida utopia urbanistica di Luisa Raffaelli si misura, così, con la necessità di equilibrare le tensioni tra l’impulso spaziale predatorio e il suo controllo, di governare le libertà disciplinando le pressioni del desiderio e del bisogno, ma concedendo, allo stesso tempo, spazi per la crescita spontanea.

 

L’installazione presentata in occasione della mostra ramifica attraverso gli spazi della galleria, nutrendosene e colonizzando pareti e interstizi. Fotografia e video si mescolano al bricolage bioarchitettonico per manifestare desideri soggettivi e illustrare le variabili dei rapporti relazionali.


IL DESTINO DELLE COSE

Mostra n. 122

ARTISTI:  M. ANTONIONI (omaggio) – F. ARMAN – A. BIANCONI – E. BORGHI – A. CARGNELLI – CÉSAR – F. FAVELLI – FISCHI & WEISS – C. FOGAROLLI – D. GIRARDI – T. KANTOR – K. SCHWITTERS – D. SPOERRI

A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI

PERIODO: 15 NOVEMBRE 2014 – 28 FEBBRAIO 2015

Se un tempo, nella vita dell’uomo, gli oggetti avevano una presenza stabile e quasi mitica, se la loro produzione e il loro uso erano un tutt’uno con il loro significato, nell’età moderna ogni oggetto diventa riducibile ad un puro apparato funzionale. L’avanzamento tecnologico lo spinge verso una totale banalizzazione, verso quella dimensione dell’ “usa e getta” che non lascia più nessuna traccia nella nostra memoria e nel nostro essere.

Ebbene, lo sguardo che l’arte rivolge verso le cose, proprio a partire dalla modernità, sembra avere come obiettivo principale quello di ridare alle cose stesse un senso, una storia, una individualità. E, in alcuni casi, addirittura una dimensione di magia e di mistero. Se si prende ad esempio la figura di Schwitters, che raccoglie brandelli di vita (biglietti del tram, fili metallici, spaghi, ecc.) accumulati secondo la legge del caso, si capisce come anche i rifiuti possano diventare frammenti carichi di memoria e di poesia. Con l’artista polacco Kantor e i suoi “Ombrelli” (o i suoi “Emballages”) l’oggetto si contrae, si distende, comunicando quasi un’idea di energia, di tensione, di movimento. E’ un po’ come se si cercasse di richiamarlo in vita, di scuoterlo dal torpore nel quale è immerso, causa l’uso o il consumo. Gli esponenti del “Nuovo Realismo” (Arman, César, Spoerri, ecc.) propongono invece un inedito accostamento al reale, invitandoci a percorrerlo liberamente, e a insinuarci nelle sue pieghe, nei suoi risvolti. Resti e residui diventano spazi aperti, in cui è messa in scena la rovina, ma in cui la stessa rovina diventa materiale vitale e creativo.

Tutt’altro approccio alle cose presentano le nuove generazioni. Oggi si va sempre più verso una visibilità totale e illusoria e ogni elemento materiale risponde solo a un bisogno di immaginario, di fantastico. Come recuperare la perdita materiale, il “sapore delle cose concrete”? Forse non resta che la memoria. Anche perchè, come ha scritto W. Benjamin: “Per la storia nulla di ciò che è avvenuto dev’essere mai dato per disperso”. E allora si possono costruire propri mondi oggettuali, che raccolgono, alterano, rovesciano il mondo conosciuto, come se si trattasse di uno scavo nelle profondità del tempo . Le cose così “diventano inesauribili ricettacoli di commemorazione”, materie che sopravvivono, passato che continua a lavorare appassionatamente anche nel presente.

E’ così per Christian Fogarolli che, nella sua installazione Blackout ci introduce in una sorta di “museo delle miserie”, messo insieme in una vita intera. Le cose (una cassapanca scrostata, un armadio cadente, vecchie foto) finiscono per diventare inseparabili, indistinguibili da chi le ha raccolte. Ed è così anche per quel panneggio fatto da mille corde che scendono dal soffitto di Andrea Bianconi: panneggio di chincaglierie, dove ogni identità si perde per far posto a infinite combinazioni, ad una specie di “caos del cosmo”. Come è così per il video di Alessia Cargnelli che documenta le insignificanti tracce di un luogo dimenticato di Venezia. Una sequenza di immagini virate al porpora, in cui si alternano i contorni tremanti di oggetti, architetture, fasci di luce radente. Una paradossale “archeologia del presente”. Più mentale è il discorso di Flavio Favelli: egli lavora sul senso del vissuto, del quotidiano, del privato. In Lettiga, assembla pezzi di mobilio, che sembrano funzionali, ma che non lo sono, che sembrano riconoscibili, ma che sfuggono a ogni identificazione. La lettiga infatti perde il suo senso antico e si trasforma in un oggetto che pare sul punto di sfasciarsi. Pure l’installazione di Enrica Borghi mette in scena una trasformazione lampante, come un sogno ad occhi aperti. Si tratta di bottiglie di plastica che, tagliate e deformate dal calore, diventano altro: qui spostano la loro banalità verso quello che potrebbe essere la sublimità di un cielo stellato. Restando se stesse danno luogo a un mostrarsi nuovo, inatteso. Daniele Girardi, infine, propone un intervento che può ricordare una ferita nel muro, da cui fuoriesce una cascata di taccuini bruciati, consunti. Egli intende alludere sia alla catastrofe che all’energia insita nella catastrofe stessa, indicare un mondo in disfacimento, ma anche un nuovo mondo possibile, pensabile, realizzabile.

Nelle cose fuori moda, nei fondi di magazzino, nella miniera del dimenticato, questi artisti rincorrono con accanimento quel “lascito del passato” tuttora pregno di indizi che possono offrire anticipazioni di una storia posta sotto il segno del “diverso”, tracce dei fili che già in passato hanno rimandato all’esigenza di un futuro liberato. E’ per questo che in mostra trovano spazio anche la proiezione dell’ultima sequenza di Zabrinskie Point di Antonioni, con le immagini mitiche della villa che esplode o il video del duo svizzero Fischli & Weiss (Der Lauf der Dinge), altra storia di infinita catastrofe, seppure incredibilmente esilarante. E’ per poter mostrare che i ricordi (delle cose) fluiscono nel tempo, ma non si logorano né si esauriscono. Semplicemente con i loro resti fondano altre realtà e altre visioni.

(Luigi Meneghelli)

Scarica il catalogo Il destino delle cose


À BOUT DE SOUFFLE

Mostra n. 121

ARTISTI: GIANLUCA CAPOZZI – ELISABETTA VIGNATO

A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI

PERIODO: 7 GIUGNO – 20 SETTEMBRE 2014

INAUGURAZIONE: 7 GIUGNO 2014, ORE 18.30

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30 e su appuntamento

Elisabetta Vignato, la potenza delle origini, 2014, olio su tela, 260x180 cm

 

Paso doble. Un passo a due. Un duetto. Un’artista che balla in punta di pennello e l’altro “in punta” d’obiettivo. Elisabetta Vignato (Padova, 1964) e Gianluca Capozzi (Avellino, 1973). Entrambi attratti dal paesaggio e dalla sua vertiginosa potenzialità immaginativa. Ma con uno sguardo che va oltre la pura e semplice rappresentazione di una natura bella, sublime o pittoresca. Per assumere invece il mondo come strumento per fare nuove esperienze estetiche e concettuali.

Il titolo dato alla mostra è ripreso da un famoso film di Jean-Luc Godard del ‘60, À bout de souffle. In apparenza esso ha la struttura di un poliziesco, ma al regista non interessa il tradizionale racconto cinematografico, quanto invece il sovrapporsi di mille trovate, citazioni, allusioni che propongono una nuova e spiazzante storia. Ebbene, anche nella pittura della Vignato o nelle foto di Capozzi non siamo mai di fronte ad una scena che procede passo passo, fino al cuore del problema (della visione), ma a una scena che si confonde con altre scene (vestigia, colori, immagini). In qualche modo, i due artisti rendono visibile una realtà che non può essere né descritta né percepita oggettivamente, in quanto insituabile, sfuggente, fantasmatica. Se si osserva qualche tela della Vignato si ha l’impressione che la pittura superi ogni idea di limite, per darsi come materia in espansione. Mai definita in se stessa, ma perennemente in movimento, quasi volesse offrire uno spostamento della visione nel suo stesso farsi. E quando nei piccoli quadri recenti viene impiegato anche il “collage”, l’immagine sembra letteralmente frantumarsi, mostrare una struttura elastica, aperta, multiforme. E’ come se l’artista tentasse di concentrare in un unico punto molti punti di vista o far sorgere in un’unica immagine una pluralità di immagini.

Gianluca Capozzi si affida invece alla presunta fedeltà dello scatto fotografico. Ma la riproduzione pura e semplice gli pare troppo fredda e troppo pura. E allora la inquina con leggeri interventi segnici o con qualche macchia di materia lisa e rotta. E’ un modo per tradurre un’idea di natura sempre più compromessa e guastata, ma anche per trasformare la fissità della foto in qualcosa di mobile e di sensibile. L’ultimo intervento è quello di stampare su plexiglas sia la foto di partenza che i successivi ritocchi, come a mantenere l’immagine in una dimensione sospesa, tra un’atmosfera familiare e un disturbo senza nome.

Infine il video Fireworks, sempre di Capozzi (nello spazio underground della galleria): esso appare come un interminabile spettacolo di luci che nascono da altre luci, di rumori che riempiono il silenzio. E’ il mistero della creazione che si perpetua, tra il grandioso e l’effimero, l’eterno e il mutevole. Un inesausto nascere e morire, senza un vero perchè, come accade nel film di Godard.

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QUINDICI PEZZI FACILI

MOSTRA n. 120
ARTISTI: Enrico Baj   Andrea Bianconi  Clara Brasca   Alessia Cargnelli   Claudio Costa   Jean Dupuy   Ken Friedman   Daniele Girardi   Daniele Giunta   Maurice Henry   Adolf Hoffmeister  Aldo Mondino   Otto Muehl   Santiago Picatoste  Silvano Tessarollo
PERIODO: 26 FEBBRAIO 2014 – 26 APRILE 2014

“L’arte è un mélange di vaudeville, di gag, di gioco infantile, di Spike, Jones e Duchamp”. Così scriveva nei primi anni ‘60 il guru di Fluxus George Maciunas. Certo, una mostra non può essere un movimento, una sequenza di “opere allo sbaraglio” non ha nulla a che vedere con le manifestazioni effimere di quell’ultima, utopica avanguardia che è stata Fluxus. Eppure alcuni sintomi che attraversano l’intera esposizione sembrano venire proprio da quel crogiolo inafferrabile di azioni, riti, lavori iniziati e mai finiti. Già il titolo “Quindici pezzi facili”, che richiama sfacciatamente il quasi omonimo film di Bob Rafelson del 1970 (storia di un uomo braccato dalla vita che cerca e non trova, che fugge e si perde senza soluzione di continuità), sta a indicare l’obiettivo di una sorta di deriva visiva che scavalca il limite di ogni spazio e di ogni figura (quadro, galleria, artista), per farsi manifestazione effimera, che sparge idee più che soluzioni, processi più che compimenti.

Ma pure quel disegno a china dell’illustratore ceco Adolf Hoffmeister che funziona da “immagine/icona” della rassegna e che mostra la sagoma di un Kafka spaesato in mezzo ad una congerie di valigie, borse, bauli, sottolinea che, se un “concept” c’è, non vuole essere qualcosa di preciso, determinato, durevole. Non c’è una cronologia, anche se ci sono autori storici (Enrico Baj, Claudio Costa, Jean Dupuy, Ken Friedman, Maurice Henry, Aldo Mondino, Otto Muehl); non c’è un filo conduttore, anche se tutte le opere si pongono sotto il segno della precarietà, del frammento, della grazia dell’imperfezione; non c’è neppure la caccia ad assonanze invisibili, a corrispondenze celate tra repertori del passato e nuove ricerche (quella di Andrea Bianconi, Clara Brasca, Alessia Cargnelli, Daniele Girardi, Daniele Giunta, Santiago Picatoste, Silvano Tessarollo).
Forse si può individuare una silenziosa dedica al disegno, una testimonianza di affezione al foglio. In mostra infatti sono in bella vista appunti rapidi, abbozzi possibili, tracce occasionali, annotazioni private. Studi preparatori per un’opera a venire o rielaborazioni e riflessioni su opere già eseguite. Solo che qui si incontrano anche collage, foto, video. E allora ogni discorso sull’umiltà del disegno o sulla sua mancanza di qualità, vanno a farsi benedire. Magari è opportuno riprendere in mano il remissivo aggettivo del titolo, e cioè “facili” (inteso nel senso di fragili, inconstituiti, inevoluti). Esso allude ad un mondo che non ha più (o non ancora) un suo luogo, una sua definizione, che non può essere circoscritto in un ambito determinato, che non è più “il luogo della storia” (almeno di quella con la “S” maiuscola), ma il luogo di tante piccole storie che si rarefanno o si dissolvono incessantemente, come è sempre accaduto anche in Fluxus (che in diversi tempi la Galleria ha indagato da più angoli critici). Così, alla fine, questa mostra, che pare non avere una sua specifica identità, ha il volto stesso della galleria: quello dei suoi sogni e delle sue scommesse. (dal testo di Luigi Meneghelli)


BETWEEN HEAVEN AND EARTH

MOSTRA n. 119
ARTISTA: FLURINA BADEL, GIANCARLO LAMONACA, LISSY PERNTHALER
PERIODO: 26 OTTOBRE 2013 – 28 GENNAIO 2014
ORARIO: dal martedì al sabato 15.30-19.30 e su appuntamento

“Metti insieme due cose che insieme non sono mai state. E il mondo cambia”. Così scrive Julian Barnes nel suo ultimo libro “Livelli di vita”. Ebbene, l’esposizione “Between Heaven and Earth” (tra cielo e terra) intende combinare proprio due dimensioni dell’essere e del vedere che non si sono mai incontrate. Da una parte storie di levità, di aria, di nuvole, e dall’altra storie di terra, di fatiche, di sangue. Una volta accostati, questi due stadi, danno vita ad un campo inesplorato di analogie, simmetrie, contrapposizioni. Lo sguardo è spinto in contemporanea a intraprendere un viaggio verticale (ascetico) e uno orizzontale (terrestre), a raggiungere le altezze per cimentarsi, come Icaro, con lo “spazio degli dei” e a fare i conti con le cadute più violente, i precipizi, gli sfaceli della carne. E non si tratta solo di rappresentazioni, di incontri con la realtà “sotto forma di apparenza e fantasma”, ma di esperienze vissute in diretta, provate sulla propria pelle.

Già i corpi nudi di donna che la giovane artista svizzera Flurina Badel (Engadina, 1983; vive a Basilea) fotografa come fossero resti abbandonati in mezzo alla natura, trasmettono un malessere esistenziale che si evidenzia nella perdita dei loro tratti specifici e nel loro trasfigurarsi in cose. Ma il discorso si fa ancora più impellente nella performance che l’artista eseguirà durante il vernissage (Under My Skin II). Come una Penelope dei nostri giorni lei si cucirà addosso un vestito, quasi a voler suscitare una sensibilità dilatata ed esternare il piacere o la sofferenza di narrarsi all’altro. E lo stesso avviene anche con i “fazzoletti” su cui ricama, con un misto di ironia e intimità, frasi del tipo “I love you more and more every day”. A contare non è solo il messaggio, ma soprattutto il rito, non è solo la scrittura, ma soprattutto il gesto febbrile e maniacale della tessitura. In un epigramma Hugo von Hofmannsthal scrive “Terribile è quest’arte! Io filo il filo, estraendolo dal mio corpo e questo filo è insieme la mia via lungo l’aria”.

Ebbene, alla tessitura, all’intreccio sembrano paradossalmente rifarsi anche le foto di Giancarlo Lamonaca (Cortina d’Ampezzo 1973; vive a Varna in Alto Adige). Sono immagini di Nubi, ma non hanno nulla di realistico: infatti, alla pari di Ghirri egli non intende “scattare foto, ma costruire immagini”. E, per farlo, non riprende cieli sereni, versioni celesti dell’Arcadia, ma prova a portare il cielo in terra, a profanarne la purezza con una serie infinita di sovrimpressioni, di intrecci intricati e misteriosi. L’immagine assume allora l’idea di una rete pericolosa simile a quella del ragno, ordita nell’ombra come una congiura. Così, con operazioni di taglio, bruciatura, inabissamento, Lamonaca dà testimonianza non di come si vede, ma di come si potrebbe vedere. Non mostra vere nubi, ma il modo in cui noi le pensiamo e le immaginiamo. E anche le performance di Lissy Pernthaler (Bolzano, 1983; vive tra Berlino e l’Alto Adige), documentate in still o videoinstallazioni, fanno vedere, toccare, scrivere il corpo. Il suo è un linguaggio che non è mai purificato, ma primitivo, violento, fisico. L’obiettivo è quello di creare un corpo nuovo, aperto verso il mondo e verso gli altri, un corpo che comunica e con il quale si comunica. Dunque un gesto d’amore e di donazione. E anche se adopera simbologie ancestrali, come quelle di inghiottire avidamente cibo, di offrire il proprio cuore all’umanità, di avviarsi lentamente verso la morte, a interessarla è sempre il collegamento tra interno ed esterno, la relazione tra la propria intimità e la vita sociale. In fondo, ancora una cucitura, un filo che tesse contatti, legami, unioni.

E la terra e il cielo? Non sono altro che il risultato dell’intreccio tra gli infiniti spazi della vita: dalla discesa agli inferi più riposti all’elevazione verso le immensità più lontane, dall’illusione di calarsi nei meandri della psiche al sogno di essere sbalzati in una spazialità sterminata. Ma in un tempo caratterizzato dalla fine delle grandi narrazioni e dalla frantumazione di ogni progetto, forse non restano che rammendi, sofferti e vertiginosi tentativi di ricucire il senso dell’abitare, del presentarsi e del rivolgersi agli altri: senza dimenticare il coraggioso e utopico motto di T. S. Eliot: “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”. (estratto dal testo di Luigi Meneghelli)


LOVE ME TENDER

MOSTRA n. 118
ARTISTA: ANDREA BIANCONI
PERIODO: 11 MAGGIO – 28 SETTEMBRE 2013
ORARIO: dal martedì al sabato 15.30-19.30 e su appuntamento

“Sono uno specchio, un’eco. L’epitaffio”. Parole di Borges, per dire dell’infinito, dell’innumerabile, del tempo, dell’eternità o della ciclicità dei tempi. Ma anche, per sottolineare la convivenza e la compresenza di tutte le cose tra di loro, la loro connessione fluida, ininterrotta che si perpetua attraverso la presenza (o la sparizione) dell’autore stesso. Ebbene, tutta la ricerca degli ultimi anni di Andrea Bianconi (Arzignano, VI, 1974; vive e lavora tra Vicenza e New York) sembra concentrarsi su un’idea di perpetuazione del vissuto, del perdurare di esistenze, anche quando queste sono ridotte a semplici resti, a spoglie ingegnose o maliziose. Anzi, l’artista vicentino pare spingere la sua operazione alle estreme conseguenze, legando (e collegando) uno sterminio di oggetti in una sorta di alluvione romantica e surreale, fino a far perdere loro ogni profilo consueto, ogni riconoscibilità, ogni corporeità. A contare è soprattutto l’utopica idea di collezionare il mondo, come fosse una casa di adorabili fantasmi, una raccolta di saperi indiziari, esposti alla fragilità, al movimento, al mutamento che è la caratteristica stessa del sapere. Niente può essere davvero ordinato o classificato: e gli strumenti che Bianconi utilizza per assemblare il suo bizzarro archivio (corde, nodi, gabbie, colle), più che unire e rinchiudere, risvegliano i “demoni dell’analogia”, attivano un infinito gioco di rimandi, collegamenti, possibilità visive. Le stesse installazioni fatte di gabbie in legno e metallo verniciate di nero non sono altro che “sculture” che disegnano lo spazio. E’ tutto un entrare e un uscire di segni, un imbrogliarsi di linee, come nelle “carceri” che si moltiplicano all’infinito di Piranesi: labirinti architettonici di scale, piani, volte che si arrampicano verso il vuoto. E’ lo stesso artista che parla di “continue sovrapposizioni, di costruzioni e decostruzioni”: “la gabbia la uso, dice, perchè la mia testa sta esplodendo di pensieri e io non riesco a contenerli tutti”.
Eppure, questi pensieri, Bianconi sembra riuscire a contenerli nell’ultimo ciclo di lavori dal titolo “Love Story”, dove ricopre sedie, biciclette, soprattutto vasi di fiori, con colate di cemento, vinavil e smalti vari. E, stendere il colore su una cosa, si sa, assume il significato di intimizzarla, di invaderne la pienezza, di condividerne l’essenza. In realtà ciò che appare vicino è anche posto sotto il segno della lontananza: noi lo riconosciamo, ma esso non si lascia mai cogliere pienamente, perchè si colloca al di là rispetto al mondo dei fenomeni: “fa parte della metafisica: ospita il vuoto, custodisce il silenzio, accoglie il nulla”, scrive Luigi Meneghelli in catalogo. Ancora una volta cioè lo sguardo di Bianconi non sosta sull’opacità delle cose e degli oggetti, ma ne moltiplica le possibilità di sorpresa, ne illumina la realtà attraverso scorci imprevisti e accostamenti singolari. Ne fa proprio “echi”, risonanze borgesiane.


LE CINQUE VARIAZIONI

Mostra n. 117

ARTISTI: VASCO BENDINI  | DANIELE GIRARDI  | DANIELE GIUNTA | ERNESTO JANNINI | ADRIANO NARDI

PERIODO: 26 FEBBRAIO – 27 APRILE 2013

La galleria La Giarina presenta nei suoi spazi da martedì 26 febbraio la nuova mostra Le cinque variazionI, che mette a confronto i lavori di cinque artisti: VASCO BENDINI, DANIELE GIRARDI, DANIELE GIUNTA, ERNESTO JANNINI, ADRIANO NARDI. Diversa la generazione, diversa la tecnica e la poetica degli artisti, unico il media: la pittura.

Se nel film di Lars Von Trier del 2003 “Le cinque variazioni” si apriva una profonda analisi sul significato stesso di “cinema”, in questo caso il tema dell’indagine è la pittura nelle sue diverse declinazioni, viste nell’interpretazione di artisti presentati finora in galleria in mostre personali e, per la prima volta, invitati al dialogo.

VASCO BENDINI (Bologna, 1922) vive e lavora a Roma.

Riconosciuto dalla critica come uno dei padri più rappresentativi dell’informale italiano, ha studiato con Giorgio Morandi e Virgilio Guidi. Negli anni 60 evolve verso pratiche oggettuali e comportamentali mettendo in crisi lo statuto convenzionale dell’opera. Negli anni successivi riprenderà una pittura di totale lirica autonomia formale e cromatica, con risultati di grande tensione poetica. “il lavoro di Bendini sembra rifiutarsi a troppo analitiche precisazioni. Esso si propone “altro”, problematico, reticente e a suo modo misterioso”. (G.Cortenova).

Il MACRO di Roma il 27 febbraio presenterà le installazioni dell’artista del 1966/67 tra cui “Cabina solare”.

DANIELE GIRARDI (Verona, 1977) vive e lavora a Milano.

La sua ricerca ha sempre affrontato l’esplorazione e la fusione di differenti linguaggi per arrivare a concepire un nuovo territorio pittorico. Negli ultimi anni i suoi interessi si sono concentrati essenzialmente sull’immagine come traccia digitale: da qui sono nati vari nuclei di lavori, tra cui le video-pitture, opere in cui disegno, pittura, immagini e collage digitali creano un ciclo e un’azione nel tempo. In “Re-evolution” (2009) pone al centro dell’azione l’individuo in uno sfondo sempre più avvolgente e denso di materia pittorica.

DANIELE GIUNTA (Arona, 1981) vive a lavora a Milano.

Pitture, piccoli disegni, sculture lignee, composizioni sonore e azioni live sono per l’artista sezioni che dialogano in maniera osmotica come elementi corali di un unico viaggio all’interno dell’infinito, esplorando negli estremi della percezione, nei minimi attimi in cui dal nulla si genera il tutto. Luce, stelle, ghiacci, cenere, cosmologie minime in continua inarrestabile metamorfosi a formare una mistica geografia interiore.

ERNESTO JANNINI (Napoli, 1950) vive e lavora a Milano.

“E’ sicuramente una dei più significativi esponenti della generazione emersa in Italia dopo la Transavanguardia nella seconda metà degli anni 80 e vanta un curriculum importante, dove spiccano le partecipazioni alla Biennale di Venezia del 1976 e 1990. Il lavoro di Jannini può essere definito “archeologia del presente”, l’artista centra il suo progetto su una estetica della tecnologia” (E. Di Mauro). I lavori dopo il 2000 sono quasi tutti improntati alla dialettica natura/cultura. Sul versante della pittura, concepita come pratica del silenzio, l’autore è pronto a cogliere l’innocenza smarrita di cani, di fiori, di frutti: immagini attraversate costantemente da una striscia orizzontale di microcircuiti.

ADRIANO NARDI (Rio de Janeiro, 1964) vive e lavora a Roma.

“La dimensione analitica che segna da sempre il lavoro di Nardi, viene nelle ultime opere condotta su un binario sospeso dove il corpo femminile può paradossalmente trasformarsi nelle forme di un paesaggio mentale, sfidando le nostre certezze e raggiungendo un territorio di indagine concettuale dove la bellezza viene scomposta e riordinata attraverso un metodo rigoroso di studio della visione e delle sue coordinate. La pittura assume dunque consistenze differenti, si trasforma in un’epidermide rugosa o in un medium dalla presenza lievemente materica, si smaterializza nei fluidi rivoli dei pixel e ritorna ambiguamente per sviare le sicurezze del nostro sguardo…” (L. Canova).


B.O.M.A.R. UNIVERSE

MOSTRA n. 116
ARTISTA: MARCO BOLOGNESI
A CURA DI: VALERIO DEHO’
PERIODO
: 6 OTTOBRE – 19 GENNAIO 2012

Bolognesi costruisce un suo mondo a parte, si chiama B.O.M.A.R. UNIVERSE come sintesi del suo nome, e non è un caso o un eccesso di narcisismo. Lui crede veramente che lo “spazio interno” quella parte di universo che costituisce il nostro paesaggio interiore, abbia o trovi occasioni per traboccare e costruire un mondo esterno, globale, in cui il dentro e il fuori sono la stessa cosa. Marco Bolognesi sembra aderire ad un’ estetica cyber punk, è amico di Bruce Sterling, ma ha anche lavorato con Vivienne Westwood a Londra. Sa che la pelle è importante. E’ tutto una questione di gestire le apparenze, molteplici, che vogliamo indossare. Finiamo per essere quello che vediamo e di adeguarci a come siamo visti. Tutto normale.

E’ un artista visivo, completamente visivo, le storie che racconta sono approcci per similitudine, assonanze, consonanze, riverberi e distorsioni. Appartiene mentalmente allo stream nato dalla mostra “Post Human” del 1991 di Jeffrey Deitch. Il suo lavoro fotografico, installativo o cinematografico parte e ritorna sempre al tema della pelle e del corpo. Probabilmente ci sono anche vicende personali che hanno determinato questa sua visione del mondo, ma la sua è soprattutto una scelta culturale. Saldare il passato al futuro, la carne ai transistor: in mezzo c’è sempre e soltanto il corpo. Questo può essere quello delle modelle nudo o modificato dalla tecnologia, c’è del sesso nascosto in ogni angolo del suo lavoro, c’è il bondage che attrae ma anche l’odore del cuio è visibile e percepibile. Un suo film del 2008 si chiama “Black Hole” e se il buco nero fosse De Sade, se il destino dell’uomo è alla fine quello di soffrire e godere nello stesso tempo?

Ma lui costruisce. In “Humanescape” del 2012 la serie di fotografie sono esattamente questo: un corpo nudo in un paesaggio infantile fatto di piccoli pupazzi e di strutture da meccano. Un gioco. Qualcosa che si può fare con le mani. E la stessa arte fotografica di Marco Bolognesi non ha simpatia per le miscele digitali. Preferisce lavorare con i set, con il trucco, con quella dimensione di una tecnologia che non è una scorciatoia ma sa ancora di sudore e fatica. Ancora il corpo, quindi, ma anche la messa in posa, il lungo operare per costruire un’immagine finale che solo il cinema rende apparentemente facile.

Bolognesi in questo ha ancora dentro quello stile di professionalità artigianale alla John Carpenter, il mitico regista di “Distretto 13” e di “Dark Star” oltre naturalmente di “1997: fuga da New York”. Proprio da “Dark star” l’artista ha preso il titolo per una mostra del 2009 a Parma, curata da Elena Forin, in cui veniva presentato il progetto Genesis: 12 light box e una colonna/ totem dentro la quale fluttuano volti tridimensionali di una nuova razza umana ibridata con le macchine. Ma il futuro per Bolognesi è intriso di primitivismo, di cultura pop, di derive fumettistiche oltre che di mille link alla cultura punk. In effetti, il suo interesse è centrato sul concetto di mutazione, sulla logica e la casualità delle trasformazioni che mettono in dubbio la biologia del cambiamento fisico e l’apertura a universi paralleli. Il corpo, quindi, ma anche le sue interazioni con gli universi del fetish, del cyborg, dell’immaginario cinematografico di Cronenberg e Burton o letterario che va da Phil K. Dick all’indimenticabile James G. Ballard di “Crash”. L’universo creato da Marco Bolognesi possiede tante sfumature, la stessa attenzione per la donna e il suo volto, deriva dalla sua attenzione per il cambiamento, il trucco, il cambiare personalità con un colore dei capelli o una linea attorno agli occhi. Il fascino verso il glamour deriva da questa sensibilità. Il resto sta proprio nell’evoluzione di una cultura narrativa di anticipazione in cui l’immagine dell’uomo e della macchina si fondono in un ibrido fluttuante, modificabile dalle circostanze e dalla tecnologia. Come in “Negromante” d William Gibson, il confine tra computer e l’uomo non sta più nelle terminazioni nervose ma nella memoria di un’altra epoca e di un altro corpo.

La cultura artistica e letteraria di Bolognesi, da anni residente a Londra, deriva dai personaggi e intellettuali che negli anni Ottanta e Novanta hanno annunciato un mondo nuovo, probabilmente non migliore di questo, ma forse meno monotono.


FLUXUS JUBILEUM

MOSTRA n. 115
ARTISTI: JOSEPH BEUYS – GEORGE BRECHT – GIUSEPPE CHIARI – PHILIPH CORNER – ERIK DIETMAN – JEAN DUPUY KEN FRIEDMAN – AL HANSEN – GEOFF HENDRICKS – DICK HIGGINS – JOE JONES – MILAN KNIZAK – ALISON KNOWLES CHARLOTTE MOORMAN – BEN PATTERSON – SERGE III – DANIEL SPOERRI – BEN VAUTIER – BOB WATTS
A CURA DI: VALERIO DEHO’
PERIODO
: 12 MAGGIO – 15 SETTEMBRE 2012

La Giarina Arte Contemporanea nell’anno del cinquantenario della nascita del movimento Fluxus inaugura la mostra FLUXUS JUBILEUM. Saranno esposte nelle sale della galleria le opere dei maggiori protagonisti storici del movimento. In occasione dell’apertura della mostra sabato 12 maggio, avrà luogo un incontro con il curatore Valerio Dehò e gli artisti Philip Corner e Ben Patterson che presenteranno una performance live presso la Società Letteraria di Verona (Piazzetta Scalette Rubiani, 1), evento in collaborazione con l’Associazione Contemporanea Verona.

Il gruppo Fluxus si è mosso dando nuovo significato alla parola “arte totale” abbandonando ogni concezione specialistica e ogni steccato tra le ideologie e le competenze. Fluxus è movimento, sperimentazione, smarginamento della pratica estetica in quella politica, degli ambiti poetici e disciplinari. Fluxus è il primo movimento che crea un’unica comunità transnazionale di artisti legati da una comune intenzione etica di eliminare ogni distinzione tra la vita quotidiana e il pensiero e la pratica dell’arte.
L’influenza del Fluxus sulle nuove generazioni è enorme perché oggi i temi trattati dal gruppo negli anni sessanta sono ormai routine nel contemporaneo.
La mostra, festeggiando appunto il 50°anniversario del movimento, unendosi al progetto dello stesso curatore a Palazzo Giacomelli a Treviso FLUXUS JUBILEUM, L’ultima avanguardia del Novecento nelle collezioni venete, vuole integrare il momento storico con l’attualità dell’arte giovane che risulta essere fortemente influenzata da esso, attraverso una serie di performance che avranno luogo durante il periodo di durata della mostra. L’importanza del movimento nel Veneto è attestata, e sarà ben rappresentata in mostra, dall’attività di collezionisti come Francesco Conz di Verona, che negli anni settanta hanno organizzato ad Asolo eventi e mostre dedicate ai protagonisti del movimento. Questa attività ha fatto nascere un interesse culturale e collezionistico verso questa avanguardia che sicuramente proprio nel Veneto ha avuto uno dei luoghi fondamentali della sua diffusione e produzione In Europa. Tutti gli artisti Fluxus sono stati nel veneto e hanno partecipato a performance straordinarie.

La parola Fluxus fu pronunciata la prima volta da George Maciunas nella sua galleria newyorkese, A.G. Gallery, nella primavera del 1961. In quella occasione si presentavano una serie di performance, chiedendo al pubblico il contributo di 3 dollari per sostenere la rivista “Fluxus”. Nello stesso anni viene preparato con il contributo di La Monte Young e Jackson Mac Low il libro An Antology, edito soltanto due anni dopo.
L’avanguardia chiamata Fluxus nacque ufficialmente con il Fluxus Internationale Festspiele Neuester Musik di Wiesbaden (Germania) del 1962. Vi parteciparono, oltre a George Maciunas, artisti che oggi sono ritenuti tra i più importanti del secolo come Nam June Paik, Wolf Vostell, George Brecht, Giuseppe Chiari, Al Hansen, Gianni Emilio Simonetti, Emmett Williams, Ay-O, Robert Filliou,Daniel Spoerri e Dick Higgins (teorico dell’Intermedia e fondatore della casa editrice Something Else). Questo gruppo di artisti è diventato un riferimento mondiale per tutta la sperimentazione multimediale. L’idea di mettere insieme la musica, la performance, la pittura e la fotografia, nacque da quell’esperienza fondamentale per tutta l’arte contemporanea e anche per alcuni artisti attuali come John Armleder.
Successivamente alla fondazione si aggregarono personaggi che provenivano dal mondo dello spettacolo e della musica come Yoko Ono, John Lennon. Ma sicuramente il primo grande momento di aggregazione di questa generazione, fu la scuola di John Cage a New York nel 1958. Artisti Fluxus, come Dick Higgins e Philip Corner, si sono formati su quellelezioni. Durante il Mese di maggio si organizzeranno eventi, convegni, proiezioni di video sia a Treviso che a Verona, dedicate al movimento.


STRANGE DAYS

Mostra n. 114

ARTISTI: LUISA RAFFAELLI

A CURA DI: VALERIO DEHO’

PERIODO: 25 FEBBRAIO – 30 APRILE 2012

Strange days- Tracce - cm . 125x150 jpg

 

Strange Days è il titolo, ereditato da un album storico dei Doors del 1967, della nuova personale di Luisa Raffaelli alla galleria La Giarina. Una mostra che ruota attorno a sensazioni, spostamenti impercettibili, variazioni su di un tema, quasi una sintesi della poetica dell’artista, un compendio che non chiude però ogni discorso ma lo sospende. Infatti, le immagini di Luisa Raffaelli hanno in sé una forza centrifuga che scompagina l’ordine naturale. Non vi sono tentazioni seriali, ma la realtà appare forzata a mostrare quello che è permanente, dietro le apparenze. L’artista sposta leggermente di segno ogni accadimento naturale, orchestrando gli elementi in modo continuo con una forma narrativa che è fatta di sequenze. La tecnica non è quella dello stravolgimento, dell’immagine di forte effetto emotivo, anche se riesce a mettere insieme un elemento sempre riconoscibile (la donna in fuga) ambientata in situazioni urbane o in claustrofobici interni.

Questo lavoro ormai ha una temporalità sufficientemente ampia perché si possa parlare di una forma di “quotidiana epicità”. La Raffaelli ha inventato un personaggio, una donna dai capelli rossi che infiamma e attraversa scenari urbani o moli abbandonati, derive di una civiltà che produce scarti e illusioni, dove non sembra mai esserci posto per tutti. Le avventure della donna (che evidentemente non ha una biografia definita ma rappresenta tutte le donne), che anima le sue foto dagli anni Novanta, sono lo scandaglio di una interiorità che è certamente il riflesso delle attese ed esitazioni dell’artista, ma assume una forma simbolica che però non diventa mai apodittica. La Raffaelli racconta per immagini, il suo è un libro diviso per capitoli. La fuga, il nascondersi, il ritrovare se stessa negli oggetti, negli effetti personali magari solo celati (e raccolti) nella borsa, sono metafora di una condizione di clausura, di un’invisibile prigione da cui tentare di uscire. Poi l’artista gioca benissimo sul rapporto tra una sorta di ambiente definito dal colore in modo metallico e ostile e la figura dai capelli rossi che si muove, che cerca, che non trova e non si fa trovare. Prevale non solo il contrasto tra la scena e la protagonista, ma anche l’idea che tutto sia comunque in movimento, un falso movimento. Ma è questo probabilmente il fine del tutto, muoversi cercando un improbabile centro di gravità permanente. Movimento e assenza di peso, su queste coordinate fisiche e sui loro risvolti psicologici, si muove il lavoro di Luisa Raffaelli che recentemente ha aggiunto anche una serie di lavori dedicati alla natura, agli alberi, all’ambiente. Gli alberi levitano nello spazio, fuggono dalla terra in un moto anche questo centrifugo quanto decisamente ascensionale. Una fuga, un allontanamento, quasi la ricerca di un altro spazio più proficuo, migliore, più adatto alla vita. La donna e gli alberi diventano una sorta di principio vitale che si sparge nel mondo, che fugge alla ricerca di una situazione ideale.


CASA LA VITA

MOSTRA n. 113
ARTISTI: Enrico Baj, Ernesto Jannini, Ben Patterson, Silvano Tessarollo
A CURA DI: VALERIO DEHO’
PERIODO: 22 OTTOBRE – 31 DICEMBRE 2011
Video intervista in galleria al curatore Valerio Dehò

 

L’arte si avvicina spesso alla letteratura, sono parti dello stesso sogno. Questa mostra è un omaggio ad Andrea de Chirico, cioè ad Alberto Savinio, musicista, artista e scrittore oltre che “fratello” del celebre Giorgio. La sua raccolta di racconti dal titolo “Casa ‘La Vita’ “ pubblicata nel 1943 affronta il tema dei ricordi, della casa come archetipo e si miscela con la scoperta della morte, inizio e fine di tutto. I racconti sono poi arricchiti da disegni, e brevi testi in omaggio ad una tradizione surreale e visionaria a cui Savinio contribuì in modo determinante. CI sono degli “occhi” in cui lo scrittore compone versi di accompagnamento ai racconti, delle chiose molto libere, delle direzioni dello sguardo da suggerire al lettore, intervallando racconti. Del resto anche fisiologicamente l’occhio per Savinio, è l’organo principale della conoscenza e del rapporto con il reale. Permette la percezione ma anche lo stravolgimento, quell’ effetto di straniamento che ci fa rendere irriconoscibili anche gli oggetti più usuali spesso attraverso l’avvicinamento e l’allontanamento dei particolari.
In effetti, in questa mostra gli artisti rivisitano un tema comune, La casa, non solo in modo creativo ma anche come resa problematica di ciò che è familiare. La casa è protezione, separazione dal fuori, isolamento, simbolo della famiglia e della felicità domestica.
La mostra articola in quattro momenti i luoghi dell’abitare e del vivere. Ben Patterson, celebre artista Fluxus, ha realizzato un copriletto che è un inno alla coppia. Realizzato in stoffa blu e dipinto in modo abbastanza naif, la coppia in piedi con tanto di attestato di matrimonio solidamente impegnato dal marito, si erge in un ambiente floreale. Sembra una rivisitazione di Rousseau il Doganiere, un’opera insolita e felice nel lavoro di Patterson. Naturalmente c’è anche il letto, il talamo gestatore della famiglia, che reca le scritte Wife e Husband, che sottolineano l’unione ma anche i ruoli, i limiti e le funzioni domestiche.
Silvano Tessarollo dà una carica di temporalità rappresa nelle sue installazioni dedicate alle salle de bain. I colori cupi, la materia scabrosa del fiberglass, le incrostazioni di colore che marcano l’abbandono, caricano questi luoghi di forte esistenzialità. C’è sofferenza, attesa, ma anche probabilmente la ricerca di una sobrietà che annulla l’inutile e ponga di fronte alla nudità delle cose. Le opere di Tessarollo ampliano il disagio, non sono rassicuranti, le sue stanze da bagno sono reperti quasi bodies of evidence. Raccontano delle storie attraverso la materia e i coaguli, rinviano ad un immaginario che nel cinema porta il nome di David Lynch. Mettono insieme il banale con l’inquietudine, sono presenze che si giustificano da sole.
Ernesto Jannini ha spesso contaminato la natura con i chips elettronici, con l’hardware delle miriadi di macchine che ci aiutano e accompagnano nella vita e nel lavoro. La sua cucina però risulta antitecnologica, proprio perché la natura non è naturale ma è natura rappresentata. Senza freddezza e con la consueta ironia, Jannini compone un ambiente che è unheimlich per eccellenza anche se possiede in sé il germe per una lettura realistica del presente. Ma proprio il rigore e l’attenzione tecnica di Jannini danno anche l’illusione della perfezione, che tutto sia sotto controllo, che tutto abbia un ordine. Proprio nel tempio della casa dedicato al Dio Cibo, l’artista ci convince che la distanza dal naturale è ormai annullata da una tecnica a cui l’uomo ha affidato il proprio futuro. Che il mondo è questo e si avvicina sempre di più alla sua metafora tecnologica.
Un artista distante dai precedenti per storia ma molto incline al paradosso e alla patafisica come Baj, è presente con un lavoro del 1987 che rappresenta un gioco degli scacchi con le relative quanto immaginifiche pedine. Il suo lavoro è perfetto per un salotto, per una living room. L’artista morto nel 2003, da un lato vi è una chiara citazione di Duchamp, grande esperto di scacchi, dall’altra esalta la dimensione del gioco come allegoria universale. L’opera diventa esattamente il Gioco del Mondo, titolo tra l’altro di un libro di Julio Cortazar, uno spazio limitato in cui si configurano i poteri e i simboli che reggono le sorti della terra. Del resto la formazione dada surrealista dell’artista è sempre stata improntata ad una vena di critica sociale, di raffigurazione del teatro del mondo attraverso i ruoli e i poteri forti che si giocano le redini della terra. Questo lavoro in legno di Baj è un microcosmo, riflette specularmene l’idea della casa come struttura chiusa, come luogo concentrato di persone e funzioni sociali.
La mostra mettendo insieme artisti di differenti generazioni, vuole anche trasformare lo spazio della galleria in un ambiente domestico, rompere la distanza della galleria d’arte verso il pubblico per vedere e ragionare attorno ad uno dei temi fondamentali dell’esistenza.


ENCRYPTING SIGNS ON THE FABRIC OF A RHIZOME

MOSTRA n. 112
TITOLO MOSTRA: ENCRYPTING SIGNS ON THE FABRIC OF A RHIZOME – criptando segni sul tessuto di un rizoma –
ARTISTI: DENIZ ÜSTER | TOM HARRUP
A CURA DI: ELENA FORIN
OPENING: SABATO 14 MAGGIO 2011 ORE 18.30 
PERIODO
: 14 MAGGIO – 17 SETTEMBRE 2011

Dopo le mostre di Daniele Giunta e di Daniele Girardi, la Galleria la Giarina prosegue la propria attività espositiva dedicando una mostra a due giovani esponenti del panorama internazionale, Deniz Üster e Tom Harrup. Per questa loro prima mostra italiana, gli artisti presentano parte della ricerca che affrontano insieme, e che si sofferma sulla teoria della trasmissione di informazioni digitali attraverso elementi vegetali.
Tecnologia, informazione, trasfigurazione e scienza, secondo Deniz Üster e Tom Harrup si fondono a vari livelli, generando molteplici diramazioni alle forme naturali (i rizomi appunto).
Criptare i segni sulla pelle di queste trasformazioni, significa quindi mettere in atto un tentativo di lettura dei contenuti che queste raccolgono.
Üster e Harrup, con il loro giardino sperimentale in miniatura, ci accompagnano nell’universo di una scienza empirica, ingegneristica e laboratoriale; nel mondo dell’indagine teorica rappresentato dall’installazione sonora, che spiega la teoria degli artisti rispetto a queste tematiche, e infine nella ricerca codificata e museale, manifesta nell’esposizione di un volume scientifico che però è inaccessibile, perché custodito sotto una teca.
A questa visione, in cui gli artisti cercano la crescita e lo sviluppo inevitabile e incontrollabile dell’elemento naturale mettendo a confronto, non senza una certa ironia, la propria indagine a quella della scienza tradizionale, Üster e Harrup aggiungono schizzi, formule, articoli di giornale, e il testo dell’installazione audio, offrendo agli spettatori “un paesaggio in bianco e nero tratto dal libro presentato nell’altra sala. Questi elementi, incorniciati e appesi al muro, daranno l’idea di un pamphlet prodotto a basso costo, o di una documentazione da studiare attentamente”.
Tra occultamento e rivelazione, apertura e chiusura, mistero, ambiguità e rappresentazione, lo spettatore vivrà quindi un’esperienza in cui novità, informazione, studio, scoperta e sorpresa si alterneranno alla frustrazione di una latente inafferrabilità.
Dopo il mondo naturale pieno di apparizioni dell’installazione di Daniele Giunta, e dopo la natura digitale e per immagini di I Road di Daniele Girardi -entrambe ancora visibili nelle altre sale della galleria- oggi con Deniz Üster e Tom Harrup si aggiunge un’altra interessante visione a una delle tematiche ricorrenti nella programmazione e negli interessi della galleria: il mondo della natura e la sua innata propensione all’ibridazione delle forme.

Deniz Üster (Istanbul, 1981) è un’artista di fama internazionale che vive e lavora fra Glasgow e Istanbul. Si è laureata a Istanbul, dove ha anche conseguito un master. Dopo essersi trasferita a Glasgow ha completato i suoi studi alla Glasgow School of Art. Il suo lavoro è stato esposto al Centre of Contemporary Arts, Glasgow; al Kunstlerhaus Bethanien, Berlino; all’Eligiz Contemporary Art Museum, Istanbul; al TPTP Space, Parigi. Di recente ha esposto alla galleria Saatchi di Londra.

Tom Harrup (Brighton, 1980) è uno scultore che vive a Glasgow. Ha studiato al Leeds College of Art and Design e si è laureato alla Cardiff School of Art prima di conseguire il master presso la Glasgow School of Art. Ha esposto al Centre for Contemporary Arts, Glasgow; al Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, e al Trongate 103, Glasgow. Tom continua a lavorare alle sue sculture ai Glasgow Sculpture Studios, e di recente è stato premiato con una borsa della Royal Scottish Academy per poter usufruire di una residenza allo Scottish Sculpture Workshop.


I ROAD

MOSTRA n. 111
ARTISTA: DANIELE GIRARDI
A CURA DI: ELENA FORIN
PERIODO: 22 GENNAIO – 30 APRILE 2011

I ROAD, 2010, videopittura su mediaplayer, cm 36,5 x 21,5 x 1’30”

I ROAD, la personale che la galleria La Giarina dedica a Daniele Girardi (Verona, 1977), nasce da un sentire e da una volontà che è il filo conduttore della sua indagine e del suo vedere e “cercare” le immagini.
La strada è un itinerario, ma è anche l’essere dell’artista nel suo percorrere e nel suo cercare la sintesi di una pittoricità e di uno spazio in cambiamento – quello della natura, dell’ambiente, del contesto, ma anche della galleria- fatto di identità mutevoli che si accendono nelle immagini e attraverso le immagini trovando un territorio in cui ciò che è mentale e ciò che è reale sono uniti nel medesimo sogno.
Le opere hanno il loro centro ideale in una grande installazione, una sorta di “sketch book multimediale” le cui immagini –centinaia- confluiscono e scorrono in un flusso continuo all’interno di un tubo catodico. Visione, simbolo e immaginazione in questa strada percorsa dall’artista e dallo spettatore attraverso continui “passaggi di stato” e profonde trasfigurazioni, conducono direttamente alla sintesi degli interessi di Girardi, per cui processo e atto creativo sono tappe necessarie di un lungo viaggio fisico e mentale attraverso l’ibridazione.
Il punto di partenza di I ROAD come della ricerca dell’artista, è l’impronta digitale, il cui potenziale si apre nella metamorfosi prodotta dallo scorrere del tempo nelle video pitture, e dalla relazione profondamente intima, struggente e necessaria con lo spazio nelle installazioni.
Oggi, dopo gli interventi di lunga durata creati appositamente per le sale della galleria da Manfredi Beninati e da Daniele Giunta, il percorso attraverso la contemporaneità in cui La Giarina è impegnata da anni, continua con questi straordinari lavori di Daniele Girardi, sintesi di una ricerca che si rivolge alla tecnologia, che tocca i territori di una poesia lucidamente allucinata, e che indica le direzioni di quella strada sospesa nel tempo che è I ROAD.

Il 26 febbraio, l’Associazione Contemporanea Verona presenterà in collaborazione con La Giarina un evento in cui le opere di Girardi verranno messe a confronto con le poesie di Alessandro Rivali (Genova, 1977). Accomunati dall’idea del viaggio come dimensione dell’indagine e dall’interesse per un linguaggio feroce ed eloquente, Daniele Girardi e Alessandro Rivali accompagneranno il pubblico attraverso nuove possibili narrazioni tra parole e immagini.
In questa occasione verrà presentato il catalogo della mostra, con un testo di Elena Forin.

Daniele Girardi (Verona 1977). L’indagine artistica affronta l’esplorazione e la fusione di differenti linguaggi per arrivare a concepire un nuovo territorio video pittorico.
Per l’innovativa tecnica sperimentata (tecnopittura) che coniuga tradizione pittorica e ricerca digitale partecipa a numerose mostre collettive e personali tra queste la XIV Quadriennale di Roma nel 2004, il progetto Cromo-kit al Teatro della Triennale di Milano nel 2006 e sempre nello stesso anno vince la borsa di studio al programma ISCP di New York City dove è stato a stretto contatto con la comunità artistica internazionale.
Le sue opere si trovano in importanti collezioni pubbliche e private. Nel 2009 l’opera di videopittura entra a far parte della collezione permanente del Museo d’Arte Contemporanea di Palazzo Forti. Nel 2010 partecipa alla mostra Italian Art Today all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco.
Vive e lavora Milano.


STERNBILD

MOSTRA n. 110

ARTISTA: DANIELE GIUNTA
A CURA DI: ELENA FORIN
OPENING: SABATO 25 SETTEMBRE 2010 ORE 19.00 
PERIODO
: 25 SETTEMBRE – 20 NOVEMBRE 2010

 

Limits and Fluxions d24, 2010, ink on paper, 14 x 18 cm

“Mi piacerebbe che i disegni e le piccolissime pitture potessero raccontare una scomposizione di assoluti, i momenti minimi e gli attimi in cui dal nulla si origina il tutto”. Daniele Giunta (Arona, 1981) per la sua prima mostra alla Galleria La Giarina parte da qui, e concepisce il proprio intervento come un unico approccio fatto di attimi differenti, in cui, nello scorrere delle sale, varie tipologie di lavori (disegni, foto, quadri, azione performativa) sono poste a dialogare con il vuoto, con le luci e con un sistema di suoni. La visione installativa con cui Giunta costruisce il suo percorso, genera un equilibrio fatto di estremi, l’equilibrio Sternbild, in cui le opere, come in una costellazione, costruiscono un sistema attestato sulla ricerca di frequenze “estreme ed esterne” alla ricerca degli attimi in cui visibilità e percezione raggiungono al medesimo tempo, apici contraddittori.
Le opere, secondo una concettualità già sperimentata con la seta, raccontano un percorso verso polarità assolute, flussi e osmosi di una materia pittorica ampliata allo spettro dei suoni, della carta fotografica e del disegno. In questo senso infatti, proprio come accade anche per la seta, carte e pellicole, lungi dall’essere semplici materiali che accolgono un ragionamento, permettono e stimolano la “caduta” e l’autonomia performativa che caratterizza la ricerca dell’artista.
Alle grandi pitture della prima sala, collocate direttamente a pavimento a stimolare un ingresso immediato e orizzontale nell’ambiente dei suoi paesaggi, faranno seguito dei gruppi di piccole opere nella seconda sala, in cui, quasi a scomporre il grande respiro dei dipinti visti in precedenza, lo spazio verrà contrappuntato nei suoi momenti più forti e inattesi, unendo simbolicamente il senso della natura con lo spazio dell’architettura e con le sue tensioni. La grande galleria vetrata visibile dall’esterno, sarà invece teatro di una performance, in cui l’artista, attraverso un’azione performativa, attiverà il più profondo spirito che attraversa la sua opera e che ne contraddistingue la genesi metodologica e concettuale.
In occasione della mostra verrà prodotto un catalogo che conterrà le immagini di tutte le opere, e un racconto per immagini della performance accompagnati da un testo critico di Elena Forin.
La presentazione della pubblicazione avverrà in concomitanza e in collaborazione con ArtVerona.

Daniele Giunta è nato ad Arona nel 1981. Vive e lavora a Milano.
Gli sono state dedicate diverse mostre personali (Wrong Crypt, Galleria De Faveri, Feltre –BL- 2008; Ether, Rocca Sforzesca, Soncino, CR; Avalon, Novato Arte Contemporanea, Fano, 2007; Il Mondo della Bellezza Trasparente, Galleria Bianca maria Rizzi, Milano, 2007; “[0Rh+] Faith?”, Arte Giappone, Milano, 2006; Neve, il box, Orta San Giulio, Novara, 2004) e collettive, tra le quali si ricordano: Voglio la neve in agosto, LAB 610XL, Sovramonte (BL), 2010; Plenitudini, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Marino, 2010; Degli uomini selvaggi e d’altre forasticherie, Lab 610 XL, Sovramonte (BL), 2009; Viewpoint, S&G Arte Contemporanea, Berlin, 2008; Il Drago di Giorgio, LAB 610 XL, Sovramonte (BL), 2008; Digitale Purpurea, arsprima, Palazzo Ducale, Genova, 2008; ALLARMI 3, Caserma De Cristoforis, Como, 2007; 
La nuova figurazione italiana. To be continued…”, Fabbrica Borroni, Bollate (Milano), 2007.


SCONNESSIONI

ARTISTI: Davide Coltro | Daniele Girardi | Assaf Gruber | Santiago Picatoste | Silvano Tessarollo

SALA UNDERGROUND: long-stay installation di Manfredi Beninati ‘Perdersi una notte in un giorno’

PERIODO: 8 GIUGNO – 20 SETTEMBRE 2010

 

I segnali di cambiamento radicali che sono in atto nel nostro tempo, producono energie di contrasto e opposizione nei confronti di un sistema ormai incapace di rispondere alle attese dell’uomo contemporaneo. Di fronte all’annichilimento culturale, l’artista sceglie la posizione critica del pensiero che non si allinea e propone una lettura diversa del presente, resa possibile solo dal distacco da un potere mediatico “istituzionale” diventato mezzo di persuasione occulta delle menti. Questa “verità altra” va comunicata e condivisa con la propria ricerca artistica. Come asserisce Noam Chomsky, citando uno slogan del 68 ‘…non esiste “l’immaginazione al potere”, ma un’immaginazione che “ha il potere” …’.

Ecco che i paesaggi esteticamente perfetti di Davide Coltro, diventano inquietanti per una luce artificiale che stravolge ordine e bellezza. I vulcani di Daniele Girardi esplodono all’improvviso, rivelando la rabbia e la potenza di una natura troppo a lungo violata per fare posto agli interessi di un vorace capitalismo. Assaf Gruber, israeliano, denuncia attraverso le sue immagini fotografiche, un processo di pace sempre faticoso da raggiungere in quella zona del Medio Oriente dilaniata da continui conflitti. Santiago Picatoste con le sue tele dove la natura appare irrimediabilmente contaminata dal petrolio, indica l’esito estremo della corsa irrazionale al profitto fine a se stesso. Alla fine, le nature morte di Silvano Tessarollo, lasciano cadere uno spettrale silenzio su ogni umana illusione di superamento del limite della materia.


MEMENTO

MOSTRA n. 108
ARTISTI: M. Beninati – B. Niedermair – M.E. Novello – S. Tessarollo
A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI
INAUGURAZIONE: SABATO 27 FEBBRAIO ORE 18.30
PERIODO: 27 FEBBRAIO – 30 MAGGIO 2010

“Le immagini di mattatoi e di carne mi hanno sempre colpito (…) che altro siamo se non potenziali carcasse?” Così scriveva Francis Bacon tra i suoi tormenti e le sue estasi. E se nel ‘600 il tema della “Vanitas” aveva una valenza prettamente allegorica, in quanto tutto il suo arredo di libri, candele, orologi, teschi richiamava la misurazione e il trascorrere del tempo, traducendo in immagine la constatazione della preziosità/fragilità dei desideri, delle aspettative terrene dell’uomo (della ricca borghesia mercantile del tempo), oggi le stesse “immagini obitoriali” hanno perso ogni dimensione moraleggiante: non sono più figure simboliche, giudizi o riflessioni sulla decadenza (e sulla fine), ma sono traduzioni indiziarie di quella che è la pura e semplice realtà. Fumo, inconsistenza, polvere non costituiscono richiami o rappresentazioni di un disfacimento, ma si identificano con la lampante presentazione del disfacimento stesso. E’ il sentimento della perdita che viene testimoniato: è l’osservazione della precarietà e della provvisorietà del mondo reale che viene documentata. Quello che allora era uno sguardo tragico sul futuro, adesso è diventato uno sguardo ansioso sul passato (o sul presente?) e sulla sporca desolazione che esso porta dentro di sè: come la caduta dei muri, la frantumazione dei progetti, l’esplosione delle forme. Non si può fare altro che riflettere sui propri confini, pensarsi al limite, sentirsi in un tempo senza più tempo. E allora, anche le “potenziali carcasse” di Bacon diventano immagini pittoriche già distrutte, già finite; come le figure di Giacometti fanno pensare ad esseri prosciugati, aspirati, spazzati via…

Così, il titolo della mostra Memento (quia pulvis es…) fa prospettiva sul concetto di vuoto e sulla sua rappresentazione: è una riflessione sull’effimero, una celebrazione dell’assenza. E le opere prevedono la morte della natura al posto della classica “natura morta” (con tutte le sue magiche simbologie). Sulla scena si accampano solo simulacri, spettri, fantasmi di cose. E’ come se fosse il mutismo a venir colto o un’eco che si eclissa, dimentica di ciò che l’ha generata.  Non si dà creazione che non porti in sè i sintomi della distruzione; non si offre apparizione che non contempli la scomparsa. C’è l’incubo di Hiroshima, ci sono le macerie delle Torri, c’è la strage dello Tsunami, dietro a queste opere. Il loro paesaggio è quello dello sconcerto e dello straniamento. La loro dimensione è quella del mondo della “vita che va via”. L’artista non fornisce allora che testimonianze di tracce incerte, di cose che si ritirano, di spazi che si dissolvono. Il suo sguardo è come quello di colui che entra in un magazzino polveroso, pieno di oggetti affastellati senza poterne più riconoscere che la perdita, la realtà velata. Non gli è concesso darne un’interpretazione o fornirne un senso plausibile. La sua è un’opera che non rimanda al grido o al silenzio, ma un’opera che fa silenzio “in quanto domanda che vuole restare tale”: ferita aperta, inquietudine senza soluzione di continuità.

E’ quanto suggeriscono le teche di Maria Elisabetta Novello che custodiscono “paesaggi” di cenere, dove ogni idea di oggetto diventa a suo modo spirituale, misteriosa, ma anche quanto suggeriscono le foto di Silvano Tessarollo: resti di vita, scarti che sembrano esistere solo perchè risvegliati dal tormento di una luce livida. Con le immagini di Brigitte Niedermair cambia lo scenario: lei allestisce (e poi riprende) dei set in cui mescola tipiche icone della “vanitas” con quelli che sono i segni dell’”impero dell’effimero”. Infine, i dipinti e le installazioni di Manfredi Beninati, ricorrono ad un inquietante e fastoso gioco di sovrapposizioni per dar vita a un mondo in cui ogni forma è colta nell’atto di trasformarsi, di sciogliersi, di disfarsi.

Memento. Una mostra che non intende puntare il dito sui tratti nichilistici della vita, ma esibire qualcosa di più ambiguo e sfuggente, ossia quell’abbraccio mortale tra apparenza e realtà, tra certezza e problematicità in cui sta naufragando il mondo d’oggi. Non il disastro sbattuto in faccia, ma il concetto di obsolescenza che è incistato come un cancro in ogni cosa e persona: la convivenza del sublime con il sinistro, della bellezza con l’orrore.

 


PRE-FAZIONE

MOSTRA n. 107
ARTISTI: MINJUNG KIM – MARIA ELISABETTA NOVELLO – GAIA SCARAMELLA
A CURA DI: MARTINA CAVALLARIN – ELENA FORIN
INAUGURAZIONE: SABATO 16 MAGGIO ORE 18.30
PERIODO: 16 MAGGIO – 22 SETTEMBRE 2009

prefazióne – s.f. Introduzione che, premessa a un’opera, ne esplica genesi, intendimenti e criteri metodologici.
È da questo presupposto di “premessa simbolica” che prende il titolo Pre-Fazione, mostra a tre voci interpretata dalle giovani artiste internazionali Minjung Kim, Maria Elisabetta Novello e Gaia Scaramella che quest’anno prendono parte, con altri artisti, alla mostra Sant’Elena- La seduzione nel segno, evento collaterale della 53° Biennale di Venezia.
Tra queste artiste c’è necessariamente incoerenza geolinguistica, differenti codici e ragioni, evidenze necessarie e dissonanti, eppure nella centralità del comune intento di Pre-Fazione le eterogenee espressioni stilistiche scandiscono un proprio privato dialogo che si arricchisce nella coralità dell’impresa. I lavori presenti in mostra rappresentano la fase germinale del lavoro realizzato per la Biennale di Venezia mantenendo allo stesso tempo una propria indipendenza e privata apparizione. L’universo delle possibilità dischiude tra le sale della galleria La Giarina una Pre-Fazione da svelare tra i cerchi combusti intrisi di spiritualità orientale dell’onda sensibile e materica delle carte e i cubi di cristallo di Minjung Kim, la linea intangibile della cenere con i racconti sovrapposti fondati su memoria personale e collettiva, e l’invisibile narrazione della Novello, le articolazioni destrutturate, taglienti e collegate in un equilibrio tra esercizio e talento delle incisioni di Scaramella. Pre-Fazione è una sedimentazione di segni, un pensiero comune che si fonda sul simbolo rappresentativo, una presenza energetica di opere in relazione ed espansione tra loro per confrontarsi sul piano del linguaggio, dell’esperienza, della poetica.

MARIA ELISABETTA NOVELLO è nata a Vicenza, il 16 ottobre 1974, lavora a Udine. Ha esposto in varie mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati. Di recente (2007) ha vinto il concorso “ManinFesto“ promosso dal Centro d’Arte Contemporanea di Villa Manin (a cura di Sarah Cosulich Canarutto, direzione artistica Francesco Bonami). Da tempo nella sua ricerca utilizza la cenere, materiale effimero e volatile di cui indaga le possibilità poetiche, segniche, pittoriche, materiche e installative in relazione alle tematiche della presenza, del tempo e di un’emotività fragile ma decisa ad affermare la propria intensa identità.

MINJUNG KIM è nata a Gwangju, nella Repubblica Coreana, nel 1962. Lavora sul tema dell’apparizione e della stratificazione dell’immagine tra installazione, quadro e disegno. La sua ricerca sull’impalpabilità dei segni e sul loro scivolamento in dimensioni mentali e spaziali di una certa “liquidità” l’hanno portata a varie esposizioni personali e collettive tra Europa e Asia, in cui ha dimostrato quanto la sua indagine costituisca un importante momento di mediazione culturale tra linguaggi, filosofie e concettualità differenti per impostazione, mentalità e riferimenti sociali.

GAIA SCARAMELLA è nata a Roma il 18 Febbraio 1979. Vive e lavora a Roma. Ha partecipato e vinto vari premi dedicati all’arte contemporanea e all’incisione, tecnica con cui indaga l’individuo in quanto essere sociale e portatore di una cultura che fonde memoria, storia, suggestioni e sclerotizzazioni contemporanee, voracità ossessiva e rigurgito comunicativo. I suoi lavori, dalle stampe calcografiche alle installazioni, attraversano l’uomo creando un cortocircuito estetico ed emotivo tra sacralità, misticismo, prolificazione espressiva, emotività,e coscienza iconografica, pittorica e poetica di un passato che si unisce al presente.


PETROL

MOSTRA n. 106
ARTISTA: SANTIAGO PICATOSTE
A CURA DI: ELENA FORIN
PERIODO: 28 FEBBRAIO 09 – 30 APRILE 2009

Dopo Privacy, la mostra dedicata all’israeliano Assaf Gruber, la Galleria La Giarina continua la sua indagine tra le tendenze contemporanee internazionali con una personale di Santiago Picatoste (Palma de Mallorca, 1971).

L’universo pittorico dell’artista spagnolo attraversa la sfera dell’estetica urbana per approdare attraverso l’esubero della forma e la forza di un fondo magmatico e in continua trasformazione, ad afferrare i movimenti della società, le sue latenze e il suo immaginario, fino a rivelarne i riverberi più violenti, attuali e inattesi.

Con le sue nature allucinate fatte di smalti e pitture sintetiche, Picatoste lascia emergere uno spirito in cui trovano posto le contraddizioni e le molteplici sfacettature del nostro vivere, sospeso costantemente tra leggerezza e denuncia dei contenuti, che si fondono nella sua ricerca con una profonda consapevolezza del mezzo pittorico e della sua storia. In questo senso la figurazione estrema e dilatata dei suoi lavori raccoglie tanto il gusto “gigantista” e oversize pop, quanto la gestualità eloquente, violenta ed immediata dei movimenti espressionisti, e la rabbia divertita della street art e del graffitismo.

A questo studio stratificato dell’immagine si aggiunge poi la coscienza sociale e politica che anima gli sviluppi estetici urbani e i comics più raffinati, e che in Picatoste si fonde con un’etica che mira a colpire attraverso l’immagine plastica la corrosione ecologica e la dispersione della natura, che torna nei suoi lavori come identità umana, civile e ambientale generata dalla contraddizione più “naturalizzata” del nostro tempo (naturale vs sintetico di vernici e pigmenti chimici).

Le opere in mostra, tra cui una grande installazione a tematica politica e urbana, sono state realizzate appositamente per la mostra alla Giarina, che dell’artista spagnolo propone anche un video, non semplicemente ricerca multidisciplinare, ma altra forma di visione per l’urgenza dei suoi contenuti.


PRIVACY

Mostra n. 105

ARTISTA: Assaf Gruber
A CURA DI: ELENA FORIN E ISIN ÖNOL
catalogo in galleria
INAUGURAZIONE: SABATO 6 DICEMBRE ORE 18.00
Periodo: 6 DICEMBRE 08 – 14 FEBBRAIO 09

Orario: dal martedì al sabato 15.30-19.30, mattino, lunedì e festivi su appuntamento

 

Dopo la collettiva Work in Progress la Galleria La Giarina porta avanti il discorso sulla relazione tra individuo e ambiente con una personale dell’israeliano Assaf Gruber.

La mostra, dall’emblematico titolo “Privacy”, si vuole soffermare sulla relazione intima e personale con il proprio contesto, identificando lo spazio non come luogo fisico in quanto tale ma piuttosto come realtà identitaria privata e ricca di latenze che uniscono il singolo alla società.

Gruber in questo senso ci accompagna in un viaggio di scoperta dell’individuo a partire da un’opera (Home Alone) che svela una fragile ma copiosa sostanza intima umana di cui si trova traccia in episodi di senso differenti nelle altre opere esposte, che ne indagano la solitudine (Orly), la complessità delle esperienze tra società e individuo (Kikar Atarim) e la violenza in relazione al contesto esterno (Match Point, Manu and Dougie).

L’insieme che si viene a creare porta quindi all’identificazione di una mappa antropologica tanto universale quanto privata, in cui isolamento, tensione psicologica, incertezza, azione e legame sociale individuano il percorso di crescita dell’uomo moderno, che spogliato da Gruber delle proprie convinzioni, è lasciato libero di vivere il flusso delle proprie emozioni e delle situazioni in cui la vita lo pone.

In questa sua prima personale italiana l’artista raccoglie le fasi più intriganti della sua ricerca, in cui media differenti (fotografia, video, installazione) sono utilizzati per concertare ed esprimere la complessità del tempo contemporaneo, dando vita ad un’immagine tanto omogenea quanto frammentata e ricca di stratificazioni, e in cui il senso di mutamento temporale e fisico introdotto dalle opere esposte in Work in Progress si ritrova sotto forma di approccio per focalizzare una natura oggettiva affascinante seppur estremamente sfuggente e nascosta.


WORK IN PROGRESS

MOSTRA n. 104
ARTISTI: Marco Bolognesi, Davide Coltro, Daniele Girardi, Assaf Gruber, Santiago Picatoste, Silvano Tessarollo
A CURA DI: ELENA FORIN
PERIODO: 27 SETTEMBRE – 29 NOVEMBRE 2008

Con la collettiva Work in progress la Galleria La Giarina inaugura un percorso dedicato al difficile rapporto tra uomo e ambiente.
Ciascuno degli artisti presentati (Marco Bolognesi, Davide Coltro, Daniele Girardi, Assaf Gruber, Santiago Picatoste, Silvano Tessarollo) esprime con mezzi linguistici ed estetici differenti, non solo la propria visione di questo instabile equilibrio, ma comunica l’inevitabilità di un confronto destinato a produrre continui cambiamenti antropologici, sociali e ambientali.
Nella videopittura e nei disegni di Daniele Girardi un fuoco terribile devasta una natura che pur piegandosi e subendo il doloroso attacco delle fiamme resiste e continua ad offrire materiale da ardere; nell’installazione di Silvano Tessarollo l’ambiente e i suoi poveri resti portano le tracce di una scarnificazione fisica, intima e mentale il cui peso e la cui violenza si riscontrano nello sfondo cupo e drammatico della scultura, mentre in Santiago Picatoste l’equilibrio tra tensioni ecologiche, simbolismo, immagine ed azione urbana si uniscono in una pittura allucinata e dal sapore monumentale.
L’ambiente e il territorio urbano fanno parte anche del lavoro di Marco Bolognesi, sebbene la lotta che lì si consuma riguardi la necessità di stabilire un ordine tra esseri umani reali e le ibridazioni umanoidi create da una certa ossessione cibernetica e sintetico-robotica.
E se in questo senso il freddo ed elegante rigore di Assaf Gruber viene scaldato e ricomposto dalle mutazioni che la luce e le condizioni ambientali sanno produrre nelle sue installazioni, questa stessa delicata poesia viene poi ulteriormente incrementata nei Systems di Davide Coltro, in cui non solo il paesaggio è attraversato dal filtro di uno sguardo umano e umanizzante, ma in cui la tecnologia interviene per creare un circuito che unisce l’esperienza vissuta dall’artista all’emozione dello spettatore che la riceve, la rielabora e la fa propria.

Lo sviluppo di queste linee tematiche proseguirà nei mesi successivi con le mostre personali dedicate all’israeliano Assaf Gruber (dicembre 2008) e allo spagnolo Santiago Picatoste (fine febbraio 2009).


EQUILIBRIDI

ARTISTA: ERNESTO JANNINI
A CURA DI: BORIS BROLLO
PERIODO: 12 APRILE – 28 GIUGNO 2008

Equilibridi è il libro che Ernesto Jannini ha pubblicato per la Matteo Editore e che dà il titolo alla sua personale che Boris Brollo presenterà sabato 12 aprile alle 18.30 presso la Galleria La Giarina di Verona.
Ernesto Jannini si presenta al pubblico scaligero con nuove opere che evidenziano un ricco e sapiente percorso artistico nei territori dell’installazione, della pittura e della performance: un triplice display sul quale l’autore si muove da più di trenta anni di ricerca.
In questa mostra Jannini affronta le tematiche più scottanti della nostra contemporaneità, andando ad indagare con distacco e ironia il rapporto tra la natura e la tecnologia e, ultimamente, la relazione tra la guerra, il senso dell’assurdo e la lucida follia che in molti casi sostanziano i progetti delle società occidentali. Attraverso l’immediatezza delle installazioni e delle performance Jannini ci restituisce le immagini delle contraddizioni in mezzo alle quali gli uomini si dibattono, le responsabilità ed i giochi di potere che hanno portato ad un determinismo imperante. E’ il caso dell’opera intitolata provocatoriamente Ultima cena, dove compare un missile sospeso a ottanta centimetri dal piano di una tavola imbandita; oppure nella performance Piano Bar, flash in cui l’autore accenna al pianoforte alcuni motivi standardizzati, ma con sempre sulle spalle il fardello di un missile. Azioni poetiche, apotropaiche, in cui gli ordigni di guerra sono elementi stranianti nell’alveo della nostra tranquillità quotidiana.

Sul versante della pittura, che Jannini concepisce come pratica del silenzio, l’autore è pronto a cogliere l’innocenza smarrita di cani, di fiori o di frutti: immagini attraversate costantemente da una striscia orizzontale di microcircuiti.
“ Le cose che apparentemente sembrano distanti – si legge nel libro di Jannini – devono poter convivere in un nuovo equilibrio; anche se si tratta di un equilibrio stridente, o che tende all’ibrido. Per questa ragione, creando un neologismo, io parlo di equilibridi: cioè equilibri fluttuanti, sistemi provvisori che approdano al paradosso di una stasi in movimento.”


ALTO PAESAGGIO

ARTISTA: ADRIANO NARDI
A CURA DI: LORENZO CANOVA
PERIODO: 2 FEBBRAIO – 5 APRILE 2008

Adriano Nardi, nella sua seconda personale presso la galleria La Giarina, approfondisce il suo lungo e complesso lavoro di ricerca sui meccanismi della rappresentazione, attraverso opere che fondono pittura e digitale e divengono il tramite per una riflessione sull’ordine e gli inganni della percezione.
La dimensione analitica che segna da sempre il lavoro di Nardi viene qui condotta su un binario sospeso dove il corpo femminile può paradossalmente trasformarsi nelle forme di un paesaggio mentale, sfidando le nostre certezze e raggiungendo un territorio di indagine concettuale dove la bellezza viene scomposta e riordinata attraverso un metodo rigoroso di studio della visione e delle sue coordinate. La pittura assume dunque consistenze differenti, si trasforma in un’epidermide rugosa o in un medium dalla presenza lievemente materica, si smaterializza nei fluidi rivoli dei pixel e ritorna ambiguamente per sviare le sicurezze del nostro sguardo. In questo cortocircuito tra occhio e mente, la figura umana ritrova così misteriosamente una nuova forza per occupare lo spazio dell’immagine attraverso il sistema paradossale della sua apparente dissoluzione, mediante il suo smembramento e la sua scomposizione, dialetticamente risolti però nelle metamorfosi della sua struttura che scoprono il nuovo ed enigmatico valore della sua presenza fisica e simbolica.


DIES IRAE

ARTISTA: SILVANO TESSAROLLO
A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI
CATALOGO: TESTI DI LUIGI MENEGHELLI ED ELENA FORIN
PERIODO: 6 OTTOBRE 2007 – 15 GENNAIO 2008

Quattro installazioni poste sotto il segno della spogliazione, della mutilazione, del disastro. Quattro giostrine (quelle “dei seggiolini volanti”) che sembrano nulla più che residui, braccia disarticolate, posticce reminiscenze formali. Ma il lavoro di Silvano Tessarollo non vuole dare atto di quella apocalisse continua che contraddistingue ormai tutte le cose che accadono nel mondo. Esso casomai mette in scena il regno dell’attesa, dell’immobilità, dove tutto è sul punto di finire, ma in realtà non finisce mai. L’eco di antiche suggestioni infantili, di giochi errabondi rimane intatto, solo che pare eternarsi nello spazio attraverso un’infinità di snodi, di pezzi accostati che danno l’impressione di resistere unicamente aggrappandosi gli uni agli altri. E’ come se Tessarollo, alla pari di Eliot, volesse puntellare con dei frammenti le rovine dei suoi sogni. E lo fa con perizia accurata, con devozione maniacale, sigillando ogni elemento con cera, pigmenti, fuochi purificatori. Egli non si piega alla disfatta: anzi fa proprio della disfatta il trionfo del suo linguaggio.

Se qualche anno fa l’artista praticava il mondo tenero, mostruoso, deliziosamente perfido dei fumetti o dei cartoons per plasmare “strane creature” che si portavano addosso le proiezioni ironiche della vita normale, ora la grazia sghemba delle “giostre” sorge come una traccia, il tracciato visibile di una vita che si sposta sempre più verso il grado zero dell’animazione. Il biblico Dies irae (che dà il titolo alla rassegna) evoca esattamente questo: l’interruzione di ogni gesto, lo spostamento del reale al limite del vuoto, “il verbo terribile” che annuncia la fine dei tempi e dei giri degli anni. Scrive Elena Forin in catalogo: “il vuoto sembra essere l’atmosfera di questi ambienti, un vuoto totalizzante e fortemente connotato, pieno di ferite, di drammi e lacerazioni”.

E aggiunge Luigi Meneghelli: “Una situazione estrema che spinge l’artista verso una concentrazione particolare, come chi debba inventarsi da un frammento esploso un nuovo senso del mondo”. Il che è quanto dire che Tessarollo cerca la rovina, sceglie di stare in essa, come per conoscerla meglio, capirla, provar a stare nella sua stessa vertigine.


DULCIS IN FUNDO

ARTISTI: VALERIA AGOSTI NELLI – CLARA BRASCA – DAVIDE COLTRO- DANIELE GIRARDI – ERNESTO JANNINI – ADRIANO NARDI – GIUSEPPE RADO – LUISA RAFFAELLI.
PERIODO: 12 LUGLIO – 28 SETTEMBRE 2007 

Collettiva d’estate di artisti già presentati dalla galleria in mostre personali nelle ultime stagioni: Valeria Agosti Nelli – Clara Brasca – Davide Coltro – Daniele Girardi – Ernesto Jannini – Adriano Nardi – Giuseppe Rado – Luisa Raffaelli. In un affascinante gioco di allusioni e illusioni ci si muove tra pittura, scultura, fotografia e video, cercando di uscire dagli schemi obbligati di un gusto ormai decisamente globalizzato e omologato. Leggerezza e sottile ironia connotano i diversi lavori esposti.


FROM POD TO POD

ARTISTA: GIUSEPPE RADO 
A CURA DI: MAURIZIO SCIACCALUGA
PERIODO: 21 APRILE – 30 GIUGNO 2007 

Il 21 aprile 2007 alle ore 18.30 la Galleria La Giarina inaugura a cura di Maurizio Sciaccaluga, la mostra personale di Giuseppe Rado “From Pod To Pod”.

Senza darlo a vedere, la ricerca di Rado ha i modi e lo stile dello zapping televisivo, di quel fai-da-te che caratterizza oggi immagini e palinsesti televisivi. Anche l’artista s’è costruito il suo programma prendendo da dove meglio ha creduto e potuto e, di volta in volta, costruisce e assembla la storia e il finale che più gli aggrada. In fondo, come in quegli spezzoni interrotti lasciati sospesi dal correre frenetico del telecomando da un programma all’altro, nelle foto dell’artista manca un prima e manca un dopo, e questo prima e questo dopo, oltre che dalla fantasia degli spettatori, possono essere dati soltanto dalle altre immagini firmate e presentate dall’autore, sono rappresentati dagli antecedenti e dagli sviluppi della ricerca. Storie e vicende sincopate dunque, certo, trame a singhiozzo e surreali, ancor più certo, ma anche una libertà estrema nel dar sfogo all’immaginazione, nel cercare il sonno più sonno, lo sguardo più sguardo, l’eccezionalità più eccezionale. Giuseppe Rado è nato a Brindisi nel 1970, vive e lavora a Bologna.


REGINE DI CUORI

ARTISTI: VALERIA AGOSTI NELLI / CLARA BRASCA
A CURA DI: IVAN QUARONI
PERIODO: 3 FEBBRAIO – 14 APRILE 2007

La Galleria La Giarina è lieta di presentare la mostra Regine di cuori, che mette a confronto le opere su carta (e di carta) di Valeria Agosti Nelli e Clara Brasca, due artiste le cui ricerche parallele, ma stilisticamente molto differenti, sono accomunate non solo da una visione personale e lirica della condizione umana, ma anche dalla scelta di una tecnica e di un medium specifici.
Il disegno è, infatti, fin dagli albori, considerato lo strumento espressivo più prossimo all’idea originaria dell’artista. Nelle sue Vite, il Vasari scriveva infatti che “perché da questa cognizione nasce un certo concetto e giudizio che si forma nella mente quella tal cosa, che poi espressa con le mani si chiama disegno, si può conchiudere che esso disegno altro non sia che un’apparente espressione e dichiarazione del concetto che si ha nell’animo, e di quello che altri si è nella mente imaginato e fabricato nell’idea”. Scarno o elaborato che sia, il disegno è, dunque, la forma di eloquenza più intima a disposizione dell’artista, quella che consente una trascrizione più fedele tra il progetto e la sua realizzazione.
Le due artiste muovono da presupposti antitetici. Valeria Agosti Nelli, che presenta una serie di opere di piccole e medie dimensioni e alcune sculture di carta pesta, si esprime attraverso un linguaggio in cui prevale la componente espressionistica ed emotiva del tratto. Clara Brasca, che per l’occasione espone una decina di grandi opere, invece predilige uno stile più sobrio, che traspone la linea chiara del classicismo nei confini di una grammatica cromatica assolutamente contemporanea.

Valeria Agosti Nelli dipinge esili figure femminili, in bilico tra fragilità e forza, tra leggerezza e pesantezza. La sua ricerca si profila come un’indagine sulla precarietà della condizione esistenziale, come un’incursione tra le pieghe di un’intimità inviolabile.

Attraverso l’uso di un disegno sapientemente stilizzato, l’artista fissa sulla carta una carrellata di ritratti sospesi, di rarefatte immagini in cui si fondono le memorie arcaiche dell’archetipo femminile e la struggente testimonianza delle nevrosi contemporanee. Le sue figure filiformi, siano esse disegnate o scolpite, contribuiscono a creare uno stile gentile e discreto, che contrappone al clamore volgare di tanta arte contemporanea la propria muta poesia.

Per Clara Brasca disegnare non è solo un’attività progettuale. Le sue carte, dipinte con tempere viniliche, sono opere autonome. Rispetto alla compostezza astratta e compita dei dipinti, nei disegni dell’artista milanese c’è una maggior libertà formale, una scioltezza di tratto e una levità di tono nuove. I suoi soggetti, desunti da quotidiane meditazioni sul mito, la poesia, la religione e l’arte, sono immersi in una materia cromatica vibrante, che grazie all’accostamento di toni complementari sortisce sorprendenti effetti di fluorescenza. Il suo interesse è rivolto all’indagine di una condizione umana sublimata, quasi svincolata dagli affanni quotidiani, in un confronto serrato con gli archetipi sempre vivi del mito e della storia.


IL RESPIRO DELLA MATERIA

MOSTRA n. 97
ARTISTA: VASCO BENDINI
A CURA DI: GIORGIO CORTENOVA
PERIODO: 7 OTTOBRE 2006 – 30 GENNAIO 2007

Il 7 ottobre 2006 alle ore 18.30 la galleria La Giarina inaugura, a cura di Giorgio Cortenova, la mostra – VASCO BENDINI_IL RESPIRO DELLA MATERIA – ampia personale con opere dagli anni cinquanta ai nostri giorni, di un importante protagonista e anticipatore dell’informale italiano. Vasco Bendini, nato a Bologna nel 1922, allievo di Virgilio Guidi e Giorgio Morandi, è stato uno dei pittori più seguiti e amati da Francesco Arcangeli che ha presentato le sue prime personali a Firenze, Milano, Roma negli anni cinquanta, anni in cui è nata la serie “Segni segreti”, seguita, alla fine del 1956 dalla serie “Gesto e materia” che proseguirà fino agli anni settanta. Autore di raffinata cultura, solitario e schivo per carattere, ma eclettico e audace sperimentatore quando si tratta di affrontare l’opera, Bendini non volle mai riconoscersi in una scuola o corrente, tanto che negli anni sessanta la sua ricerca si spostò sull’arte oggettuale e comportamentale, precorrendo in qualche modo l’arte povera. Ma la pittura, sua più autentica vocazione finirà per vincere. Questo ritorno darà vita negli anni successivi a nuovi cicli di lavori che, sempre di più, lo dichiareranno figura unica nel contesto della pittura italiana del dopoguerra. Unicità che si definisce forse proprio in quell’equilibrio “fragile, instabile, slittante” che Arcangeli aveva letto già nei suoi primi lavori, unito a quell’”accentuazione dello spirituale” che eleva la materia a poesia.

Presente a tre edizioni della Biennale di Venezia nel 1956-1964 e 1972, tra le mostre pubbliche più importanti ricordiamo nel 1989 l’antologica di Palazzo Forti a Verona, curata da Giorgio Cortenova, nel 1992 alla Galleria Civica di Modena, alla Galleria D’arte Moderna di Bologna e alla Civica di Trento. Nel 1998 al Museo dell’Università degli studi La Sapienza di Roma e nel 2003 al Museo di Lissone.


ITALIAN DETAILS

Mostra n. 96
ARTISTI: CLARA BRASCA – DAVIDE COLTRO – CLAUDIO COSTA – DANIELE GIRARDI – EMILIO ISGRO’- ALDO MONDINO – ADRIANO NARDI – LUISA RAFFAELLI – TOTI SCIALOJA – GIULIO TURCATO
PERIODO: 3 GIUGNO – 23 SETTEMBRE 2006

La mostra “ITALIAN DETAILS” aperta al pubblico da sabato 3 giugno negli spazi della GALLERIA LA GIARINA non intende proporre alcun rigido disegno teorico, né omologare nuove tendenze partendo da un’analisi storica della ricerca artistica italiana degli ultimi trent’anni. Si tratta invece, di un’indagine aperta ed in progress, su alcuni aspetti ed autori dell’arte in Italia dagli anni settanta ai nostri giorni. Un piccolo ma significativo spaccato di una realtà molto variegata e complessa, densa di presenze e movimenti, frutto in qualche modo di una cultura che ancora ci contraddistingue.

Possiamo facilmente vedere che artisti che non hanno in comune generazione, ideologia, poetica, tecnica, trovano corrispondenza in quella comune matrice culturale umanistica che ha sempre alimentato la nostra ricerca artistica più avanzata.

In questa occasione i nomi a confronto sono dieci: CLARA BRASCA – DAVIDE COLTRO – CLAUDIO COSTA – DANIELE GIRARDI – EMILIO ISGRO’- ALDO MONDINO – ADRIANO NARDI – LUISA RAFFAELLI – TOTI SCIALOJA – GIULIO TURCATO. Ma è solo una prima tappa di un possibile lungo percorso dialettico.


OFF SCREEN

MOSTRA n.95
ARTISTA: LUISA RAFFAELLI
A CURA DI: MAURIZIO SCIACCALUGA
PERIODO: 18 MARZO – 20 MAGGIO 2006

Con questo ultimo ciclo di lavori sulle metamorfosi in bianco e nero, che va ad affiancarsi alle opere dedicate ad Alici del terzo millennio perdute nel Paese delle tecnomeraviglie , Luisa Raffaelli comincia ad orchestrare la propria ricerca su due binari diversi, per quanto complementari. Se nel primo continuano l’immersione e la proiezione – discrete certo, ma pure totali – nel futuro, nel secondo l’ispirazione, magari inconscia, viene da più lontano, e precisamente da favole e miti dell’antichità. Un elastico dunque, tirato al massimo tra due
estremità molto lontane, dal punto di vista temporale, tra loro. La raffinatezza della mutazione, il gioco sottile del cambiamento psicologico e culturale, tipici degli scrittori dell’antichità, sono in pratica infilati nella camicia di forza della cultura mordi-e-fuggi contemporanea, e il risultato è un affascinante cortocircuito temporale che vede la tradizione schiantarsi nell’attualità e l’attualità contorcersi nella tradizione. E se si considera che, pur risultando perfettamente al passo coi tempi, i pezzi finiscono per essere assolutamente originali e unici – questo grazie a bianchi e neri lividi, trasformazioni antropomorfe e zoomorfe, ambientazioni bucoliche di rado usate nelle formule combinatorie della cultura attuale – si comprende come la ricetta sia perfetta e finita.
Il lavoro dell’artista ha il raro merito – unico forse all’interno dello spettro dei maestri del digitale – di recuperare all’immagine tecnologica un pathos letterario, un gusto antico da libro di mitologie, miracoli e metamorfosi. Attraversa, vive e sposa il tempo del tutto-è-possibile, di internet, dell’immaginario globalizzato, ma lo edulcora grazie a un percorso attento nel passato, a un amore forte e deciso per la citazione colta e sottile, per quei fantasmagorici voli pindarici possibili forse solo quando le sollecitazioni erano affidate alle parole e a film senza effetti speciali. La Raffaelli regala alla tecnologia la passione e i palpiti che spesso le mancano, e alle magie elettroniche affianca, spesso, una serie incredibile di ‘affetti speciali’.


DISEGNITUDINE. LA QUOTIDINIATA’ DELL’UTOPIA

MOSTRA n.94
TITOLO MOSTRA: DISEGNITUDINE. LA QUOTIDIANITA’ DELL’UTOPIA
ARTISTI: Elena Arzuffi, Marco Baroncelli, Clara Brasca, Carmine Calvanese, Chiara Castagna, Davide Coltro, Arjen de Leeuw, Daniele Girardi, Ernesto Jannini, Dimitris Kozaris, Adriano Nardi, Elena Nemkova, Flaviano Poggi, Luisa Raffaelli, Francesco Totaro; nella sezione dedicata agli storici: Enrico Baj, Claudio Costa, Ken Friedman, Maurice Henry
A CURA DI: FIAMMETTA STRIGOLI
PERIODO: 10 DICEMBRE 2005 – 4 MARZO 2006

Il 10 dicembre 2005 alle ore 18.30 la Galleria La Giarina inaugura, a cura di Fiammetta Strigoli, “Disegnitudine. La quotidianità dell’utopia”, un’ampia rassegna di opere realizzate da artisti contemporanei, appartenenti a generazioni differenti, con l’intento di porre in evidenza diverse declinazioni del disegnare.
Il disegno, il segno strutturato, così vicino alla calligrafia alla scrittura, emergendo come medium o come parametro utile a stabilire il senso di una progettazione individuale, di una distinzione caratteriale nella continua necessità dell’uomo di autoidentificarsi, di fissare la propria presenza di sé e di qualunque altro oggetto, propone il suo ruolo di centralità come frutto primitivo di una visione intuitiva, di una splendida concentrazione sorda a qualsiasi “rumore”, dichiarando il desiderio dell’artista di non rinunciare a costruire con leggerezza, di non rinunciare all’utopia. Tuttavia, nell’arte della contemporaneità, il disegno, spesso, non vive la sua realtà soggettiva, ma convive con mondi contigui come la pittura e meno prossimi come la fotografia e la computer grafica. Ogni tratto in un bozzetto, in uno storyboard, nel progetto di una performance, assume valenze che vanno di là dal risultato definitivo, poiché il disegno, quando usato come protogenesi di un’opera, anche nel caso di un’opera fotografica, trattiene l’idea nel suo prender forma, trattiene in sé il sogno impossibile, la memoria di un “esperimento” anche destinato a fallire.
L’artista, alieno dal dettato di nozioni quali ordine, limite, separazione, crea mondi, inventa il proprio universo illusorio e fantastico, sognato e idealizzato, lo disegna e lo concretizza: istintivamente le immagini transitano nella coscienza e nella memoria, e attraverso lo strumento del disegno, trasformate da esperienza interiore ad esperienza esteriore – una realtà sconosciuta che affiora dal proprio sé, fisico e spirituale.
Il segno strutturato sollecita percezioni visive, sensazioni, insiste sul senso d’alterazione, di spostamento della realtà, è testimonianza di un atto creativo che va oltre il dato reale nell’intento di elaborare universi ulteriori in una sorta di fuga dal tempo, dallo spazio, dalla storia, dal mondo….
Gli artisti di “Disegnitudine. La quotidianità dell’utopia” nella sezione dedicata sia agli emergenti che ai già interpreti della contemporaneità: Elena Arzuffi, Marco Baroncelli, Clara Brasca, Carmine Calvanese, Chiara Castagna, Davide Coltro, Arjen de Leeuw, Daniele Girardi, Ernesto Jannini, Dimitris Kozaris, Adriano Nardi, Elena Nemkova, Flaviano Poggi, Luisa Raffaelli, Francesco Totaro; nella sezione dedicata agli storici: Enrico Baj, Claudio Costa, Ken Friedman, Maurice Henry.


MEDIUM COLOUR LANDSCAPES

MOSTRA n.93
ARTISTA: DAVIDE COLTRO
A CURA DI: MAURIZIO SCIACCALUGA
PERIODO: 01 OTTOBRE – 04 DICEMBRE 2005

Nonostante non sembrino aggressive, nonostante abbiano dominanti affascinanti o tranquillizzanti – ma si tratta di una tranquillità tutta ancora da dimostrare, imposta e costretta dall’alto – le opere di Davide Coltro sono invece pronte a colpire, a stupire, a graffiare. Con la stupefacente semplicità di quei misteri, di quelle sorprese, racchiusi nella quotidianità. Non sono soltanto le immagini future – ancora sconosciute – a tendere trappole a chi ha scelto di acquistare e di guardare al buio i lavori, arrendendosi a priori al Grande controllore Coltro, non sono solo i colori reali cancellati e ricoperti – violentati – dal tono medio a lanciare nell’aria il tono interrogativo di un punto di domanda (dove?); il mistero – alla CSI o alla X-File – è nel silenzio irreale dei panorami, nel vuoto assoluto di rumori in tutti gli orizzonti raffigurati. Il mistero non è in quello che c’è nei lavori, ma in quello che manca: mancano i segni della vita che scorre, manca il frastuono della gioia e del dramma, manca il ritmo dei cuori pulsanti. Queste scene del crimine, questi scenari futuri, questi spot pensati da un grande fratello, questi spaccati da mondi lontani non hanno colonna sonora: scorrono (fisicamente, come mai prima in un’opera d’arte) ma senza fiatare, si susseguono senza avvertire, accelerano senza aumentare di giri. Qualcosa, dunque, non quadra: la vita fa rumore, fa un rumore tremendo e assordante. È il sogno a procedere silenzioso: che qualcuno stia rubando l’immaginazione e gli incubi dell’artista? La galleria La Giarina presenta i nuovi System di Davide Coltro, macchine ribelli a cui non mancano affinità con l’immaginario tecnoapocalittico di Aldous Huxley, di H.G. Wells e di Michel Houellebecq. Nulla, dopo, sarà più lo stesso. Soprattutto i quadri e le fotografie.


CHROMOCOSMO

MOSTRA n.92
TITOLO MOSTRA : CHROMOCOSMO
ARTISTA: DANIELE GIRARDI
A CURA DI: MAURIZIO SCIACCALUGA
PERIODO: 21 MAGGIO – 30 LUGLIO 2005

Dal 21 maggio al 30 luglio 2005, la galleria La Giarina presenta l’ultima ricerca di Daniele Girardi, giovane esponente della ricerca italiana più all’avanguardia, sia come tecniche che come temi. Quindici opere che raccontano un lavoro accurato sulla modificazione dell’immagine, alla ricerca dei segreti che si nascondono dietro la più banale apparenza. Del lavoro di Girardi – nato a Verona nel 1977, diviso tra la città natale e Milano – il critico Maurizio Sciaccaluga scrive in catalogo che “interrompe il tempo felice e spensierato dell’infanzia, precipita senza paracadute l’immaginazione adolescenziale in quel mondo crudo e violento, inospitale, che l’uomo ha oramai creato sul pianeta. Nelle mani del giovane eclettico artista pupazzi e giocattoli, animaletti di plastica e gadget per bambini diventano – oltre che lo strumento per una pittura con e senza pennelli, oltre che la materia di un nuovo, assolutamente originale impasto timbrico e formale – il simbolo concreto e tangibile di come l’innocenza sia destinata inevitabilmente a soccombere e scomparire, la dimostrazione inconfutabile dell’inconsistenza
d’ogni sogno e ogni speranza… Non esiste una tecnica definita e definibile nel lavoro dell’artista. O meglio, esistono tutte le tecniche, sovrapposte una all’altra, alternate, shakerate, reiterate a dismisura. All’inizio c’è il ready-made, il recupero e la rivisitazione d’oggetti del quotidiano, per creare una strana scultura visionaria, un curioso paesaggio onirico capace di dare del mondo una visione fantasiosa e fiabesca. Poi sopravviene la fotografia, che di questo mondo beato e fittizio capta e cattura solo una minima parte, una frazione, per svelare quale incastro d’incongruenze, astrazioni e confusioni possa celarsi sotto la buccia esile della forma. Scannerizzata, l’immagine fotografica passa, in diverse fasi, sotto i ferri del computer, della pittura, degli acidi di stampa, per subire una serie di operazioni chirurgiche atte a sventrarla, scioglierla, rivoltarla. È come se l’autore volesse tirar fuori le interiora e l’anima di quegli oggetti, mostrarli dal di dentro, raccontarne il Dna”.


CALENDAR SHOW

MOSTRA n.91
TITOLO MOSTRA: CALENDAR SHOW
ARTISTI: PABLO ATCHUGARRY- MAURIZIO BIONDI- CARMINE CALVANESE- ENRICO CAZZANIGA -DAVIDE COLTRO- DANIELE GIRARDI -ERNESTO JANNINI- ADRIANO NARDI -MARIO PASCHETTA- LUISA RAFFAELLI- MAURO SOGGIU -SILVANO TESSAROLLO -FRANCESCO TOTARO
A CURA DI: CRISTINA MORATO e LUIGI RIGAMONTI
PERIODO: 16 APRILE -16 MAGGIO 2005

La mostra “CALENDAR SHOW” che inaugura sabato 16 aprile 2005 alle 18.30 presso la galleria LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, nasce dall’idea del collezionista Luigi Rigamonti e di Cristina Morato art director della galleria, di realizzare per il 2005 un calendario con le immagini di opere di alcuni artisti della gallleria e della collezione Rigamonti.


IL GRANDE FARDELLO

MOSTRA n.90
TITOLO MOSTRA: IL GRANDE FARDELLO
ARTISTA: ERNESTO JANNINI
A CURA DI: EDOARDO DI MAURO
PERIODO: 12 FEBBRAIO – 31 MARZO 2005

Si inaugura sabato 12 febbraio 2005 alle 18.30 presso la galleria La Giarina ArteContemporanea di Verona la mostra personale di Ernesto Jannini, Il GrandeFardello, curata da Edoardo Di Mauro. Per la galleria si tratta di un interessante ritorno, avendo l’artista esposto in una rassegna collettiva nel 1996 e nel 2001 e con una personale nel 1997. La mostra cade ad un anno di distanza dalla interessantissima Antologica che l’artista ha tenuto alla Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate (il video-documentario e il catalogo di questa Antologica saranno disponibili in galleria). In questa esposizione sarà possibile ammirare alcune opere i cui nuclei interni sono costituiti da una sottile e forte ironia nei confronti della realtà sociale, come quegli strati di cultura mediatica che approdano ai reality show; oppure contemplare le accattivanti immagini della Frutta, delle Caffettiere, delle Pentole, il cui interno è occupato da un reticolo sempre più sottile e invasivo di microcircuiti; o installazioni molto interessanti come “Le dejeuner sur l’herbe”: una lunga enigmatica passerella di microcircuiti illuminati e ispirata al celebre quadro di Manet. Una vera e propria costellazione di immagini venuta alla luce da una profonda dimensione formale e concettuale.

Come scrive Edoardo Di Mauro nel testo del cd di presentazione della mostra: “… la fervida creatività di Jannini sta conoscendo una fase particolarmente feconda e ricca di soddisfazioni personali, il cui punto di eccellenza, da un punto di vista del riconoscimento istituzionale, è stato rappresentato dall’Antologica svoltasi nel febbraio 2004, presso la Galleria d’Arte Moderna di Gallarate. I lavori più recenti di Jannini sono quasi tutti centrati sulla dialettica natura/cultura, installazioni a parete dalle tinte vive squillanti dove limoni, mele e altri elementi familiari provenienti dal mondo vegetale sono posti su supporti estroflessi e mostrano da lievi fenditure, poste alla loro sommità, l’inquietante presenza di circuiti
di microchips. Di particolare rilievo “Gran Mercato”, una scultura parietale dove una cesta di pomodori “contaminati” armonicamente dall’invadenza tecnologica, si presenta gelosamente custodita e protetta da una teca di plexiglas, a donarle un tocco di soave sacralità, un’opera il cui rilievo formale e il senso di sintesi espressiva sono degni di figurare accanto alle prove migliori dell’oggettualismo concettuale americano venuto alla luce negli anni ‘80, quello di SteinbachKoons e Bickerton, per intenderci, con l’aggiunta dello scarto linguistico fornito da un’ironia tutta mediterranea. Ironia che contraddistingue una delle ultime opere di Jannini… Il titolo dell’imponente installazione è “Il Grande Fardello” e il suo fine ultimo, per ammissione dell’artista, è quello di parodiare con ludica e soffice ferocia, il mondo marcescente dei reality show, emblema della banalità che pervade il nostro universo antropologico…”


I DOPPI E I FLUIDI

MOSTRA n.89
TITOLO MOSTRA: DOPPI E I FLUIDI
ARTISTA: FRANCESCO TOTARO
PERIODO: 4 DICEMBRE 2004 – 5 FEBBRAIO 2005

La situazione in cui si inscrive la riflessione pittorico-digitale di Francesco Totaro, nella mostra che si inaugura il 4 dicembre a Verona, è quella da cui sono uscite, negli ultimi anni,
le novità più significative del dibattito sull’immagine. Totaro – preso da una rimozione negativa nei confronti dell’appiattimento totale in cui versa la ricerca sull’immagine digitale e soprattutto irritato dalla facilità con cui gli esecutori di banali programmi raggiungono il plesso dell’icona – ha sviluppato una pratica gestuale che, relazionandosi con la tecnica dei fluidi, dei teatrini delle finestre scoperte dell’immagine e dei ritratti, cerca di aprire una dimensione diversa nella costruzione della superficie, consegnandoci i tratti più reconditi della sensazione e della visione.
Cosa cerca, effettivamente, l’interrogazione di Totaro? Mediante un’accettazione scettica del programma digitale e una messa in discussione della totalità numerica dell’immagine, Totaro cerca di attraversare la digitalità con un gesto pittorico soggettivo. Una sorta di ribellione alle potenzialità diagrammatiche della macchina, le quali ormai – tramite una massificazione a tappeto del tessuto sociale delle arti visive – ripropongono in chiave postmoderna quelli che sono i postulati o le costrizioni da infrangere, nell’appiattimento del sistema binario “0-1”.
Le opere si pongono, in questo modo, attraverso un sistema di rappresentazione e di de-rappresentazione: la fotografia ritrae i volti con una sorta di zoomata che
ingrandisce i dettagli della figura e poi li stempera; il soggetto viene quindi fissato nell’atto del suo muoversi; poi intervengono gli elementi de-figurativi, che tendono a de-comporre l’azione, consegnandoci il doppio del ritratto, qualcosa che si modifica con l’azione umana e invita lo spettatore dentro l’immagine. A partire da qui, i doppi tecnici sono amplificati: da una parte si vedono gli acrilici e gli smalti su tela e dall’altra le stampe digitali su forex. L’accoppiamento tecnico si è così moltiplicato: i ritratti (de-tratti), i teatrini (de-teatralizzati) e i fluidi agiti nell’eccesso e nella tensione astratta si mimetizzano, lasciando davanti ai nostri occhi la sorpresa informale del processo, del procedimento, dell’azione che aspetta di collegarsi senza interruzione a qualcos’altro. Una de-formazione (o de-formattazione) del corpo infinita!


ADRIANO NARDI

MOSTRA n.88
ARTISTA: ADRIANO NARDI
A CURA DI: GABRIELE PERRETTA
PERIODO: 9 OTTOBRE – 27 NOVEMBRE 2004

L’immagine contemporanea è fatta di un sapere componibile e scomponibile, che risente delle mille contaminazioni quotidianamente prodotte e subite. Essa nella sua molteplicità risponde ad un dilagante bisogno di presenza e diffusione, distribuzione, relazione, metamorfosi, mutazione, collegamento e quante altre diavolerie si nascondono nell’universo mediale. In una sola parola, mai più di adesso l’immagine è corpo e mente.
L’immagine contemporanea si offre al fruitore come un sovra-genere, agile, economico, icastico e fors’anche ridondante, eccessivo e parossico, ma facilmente accessibile, perché curata da super-design che sono entrati in grande concorrenza con gli artisti.
Partendo da questo contesto la Galleria d’Arte Contemporanea La Giarina presenta una personale di Adriano Nardi dove si raccolgono circa 9 opere realizzate negli ultimi anni e 4 opere nuove fatte per questa occasione. Il lavoro di Nardi riporta una commistione metalinguistica tra le tecniche digitali di rappresentazione e la pittura ad olio: riflette come il centro su cui
si rispecchiano gli estremi di una bellezza visionaria e concettuale. Corpi seducenti e colori catodici, femminilità geometriche e una sottile oggettualità per dire: “sostanzialmente la Pittura è organica e questa sua verità sta già nel semplice gesto ecologico della tecnica manuale (e dei suoi materiali)”. Nardi, negli ultimi quadri ad olio su tela, tende a purificare il suo sguardo, suggerendo che “rappresentare la Pittura è forse possibile se la consideriamo come il ready-made definitivo. Se la donna dei miei quadri incarna una iconografia metalinguistica essa è la Pittura”. Quindi, sostanzialmente e concettualmente, qui si dipingerebbe la Pittura ed essa, per giungere a questo eccesso, adotta traboccanti tattiche che spesso si rivelano “Fatali” come le donne che appaiono tutte in un’abbondanza da “…Prima di Copertina…”: si rende disponibile ad essere fortemente attraversata e suggestionata da mille tecniche, da mille generi, da numerose archeologie e numerose strategie….


I NEOCONTEMPORANEI

TITOLO MOSTRA: I NEOCONTEMPORANEI
ARTISTI
: WALTER BORTOLOSSI- CARMINE CALVANESE- GUIDO CASTAGNOLI -DAVIDE COLTRO DANIELE GIRARDI- LEONARDO PIVI -SILVANO TESSAROLLO- FRANCESCO TOTARO
A CURA DI: EDOARDO DI MAURO
PERIODO: 8 MAGGIO – 31 LUGLIO 2004

Dopo la data emblematica del 1968, non a caso corrispondente ai moti sociali e giovanili di piazza che caratterizzarono l’intero Occidente ed alla smaterializzazione dell’arte con le varie correnti concettuali che, peraltro, ricercavano momenti di collegamento con la ribellione politica e di costume del periodo, inizia l’accelerato ingresso in una nuova dimensione produttiva e relazionale caratterizzata dall’invasività tecnologica.
Ciò ha causato il graduale ma inevitabile tramonto dell’industria tradizionalmente intesa, la perdita delle antiche certezze occupazionali, l’introduzionedel concetto di “flessibilità” con il quale dovranno confrontarsi soprattutto le più giovani generazioni, dai trent’anni in giù, ma anche un minor livello di alienazione produttiva, che significa maggior spazio alla fantasia ed alla creatività, e l’ espansione del tempo libero a disposizione di ognuno, da cui deriva la possibilità di dare spazio ai propri interessi culturali. Tutto ciò è stato vissuto nei trent’anni successivi, analizzando sociologicamente gli stati d’animo diffusi, con un misto di angoscioso sconcerto e febbrile euforia. Da un lato quindi un senso di smarrimento per la perdita dei tradizionali punti di riferimento, dopo il crollo del Muro di Berlino anche ideologici,
dall’altro una sorta di eccitazione per il mondo luccicante della tecnologia, per la realtà virtuale, per quel predominio ormai definitivo dell’immagine sul “logos” che ha confermato la lungimiranza inascoltata di Guy Debord nel predicare, in tempi ancora non sospetti, l’avvento della “società dello spettacolo”. Tutto ciò non ha mancato di generare effetti nel mondo dell’arte. Come in tutte le stagioni di passaggio, naturalmente con modalità mai eguali a sé stesse, l’effetto corrispondente a queste profonde, traumatiche mutazioni del tessuto sociale, è stata, su di un piano generale accentuato in Italia da problemi relativi al nostro sistema dell’arte su cui nella circostanza non mi soffermo, l’ ho fatto in varie altre occasioni, per l’appunto questa babele di stili e tendenze in cui è stato arduo, ed in parte impossibile, ritrovare un filo conduttore, specie negli anni ’90, dove il tutto si è manifestato all’ennesima potenza.
La post modernità, intesa non nella sua accezione etimologica ma in quella propria del linguaggio d’uso comune dove assume la funzione vagamente spregiativa di atteggiamento tendenzialmente effimero è anch’essa approdata alla sue estreme conseguenze e quindi, a questo punto, deve inevitabilmente manifestarsi qualcosa di nuovo. Quindi potrebbe essere opportuno iniziare a discutere di una possibile “nuova contemporaneità” Naturalmente siamo agli inizi di questaennesima mutazione delle pelle dell’arte ed anche i punti di vista sono
spesso diversi, talora antitetici e ricordano l’antica dicotomia di Umberto Eco, agli inizi degli anni ’60, tra “apocalittici” ed “integrati”.