BEYOND THE PAINTING 1

Mostra n. 131
TITOLO: BEYOND THE PAINTING 1
ARTISTI: GIANLUCA CAPOZZI, ARIANNA MATTA
A CURA DI: LUIGI MENEGHELLI
PERIODO: 20 OTTOBRE 2018 – 10 GENNAIO 2019
INAUGURAZIONE: SABATO 20 OTTOBRE, ORE 18.30 – 21.00
SEDE ESPOSIZIONE: LA GIARINA ARTE CONTEMPORANEA, VERONA
ORARIO: DAL MARTEDÌ AL SABATO 15.30 – 19.30 (E SU APPUNTAMENTO)

Già il titolo della mostra “Beyond the painting” suggerisce un termine che si scosta dalla parola “pittura”, che ha in sé un che di antiquato, di logoro (anche perché inflazionato). “Painting” sembra invece indicare qualcosa di aperto, in movimento, in tensione. Una sfida che viene giocata sui tempi lunghi di uno sguardo che attraversa epoche, storie, leggende. Per approdare sulla tela stratificato (o rarefatto), ma capace di creare un’atmosfera sospesa, indefinibile. O, meglio, non finita, come arrestata sulla soglia dell’immagine, del suo presagio o della sua eclissi. Ogni soggetto è lì, sempre sul punto di scomparire e lasciare il posto alla sua possibilità di reinventarsi.
E se un tempo lo scopo principale della pittura era quello di rappresentare il mondo, di restituire la natura e, più avanti, quello di riflettere sui suoi stessi procedimenti, ora essa sembra esibire una nuova curiosità nello scontrarsi con le “cose”, nel narrare e nel narrarsi in mezzo ad esse (e non più di fronte ad esse). Non ha più modelli né riferimenti a cui richiamarsi. Perciò essa dà vita a immagini dove i frammenti (di memoria individuale o storica) si combinano in accostamenti inattesi e suggestivi.
È così nei dipinti di Gianluca Capozzi (Avellino, 1973), un’autentica proliferazione di sagome dalle fattezze banali confuse con i profili di noti uomini politici che sembrano sorgere dal passato prossimo. Il tutto tirato via da “grossolane “passate di pennello, da schizzi non ritoccati, non ripresi, non rilavorati; e, specialmente, il tutto avvolto da irridenti apparizioni fumettistiche, come a voler trattare “alla stessa maniera” il mondo alto e il mondo basso, nobili e plebei. È un frenetico fermentare di trionfi e stracci, un complicato, caotico, intricato movimento di arabeschi, quello di Capozzi. Ma che c’è oltre il suo desiderio di vedere con la pittura, cosa suggerisce in lui il ”Beyond” del titolo? Forse proprio ciò che sta al di là della visione, il disvelamento di quelle che sono le potenzialità latenti nella pittura stessa. È come se essa non si limitasse a mostrare il suo dispendio profuso e smisurato, ma interrogasse l’osservatore e lo invitasse a risolvere quel rebus visivo che in qualche modo rispecchia la nostra epoca contemporanea caratterizzata dal flusso inarrestabile della realtà virtuale e della tecnologia.

E, simile a un’immagine in cui transitano molte immagini, è anche il risultato della pratica pittorica di Arianna Matta (Roma, 1979). Pure lei insegue uno scenario slogato, lacerato, moltiplicato, e non perde volutamente tempo a integrarlo in un insieme unificato o a incorporarlo in una muraglia che fa massa, blocco. La sua è piuttosto la tenace volontà “di dar figura, di figurarsi in tutti i tempi e in tutti i luoghi, passando attraverso di essi” (A. Zambrano). Matta non guarda tanto alla vita in sé, quanto a ciò che sopravvive o a ciò che nasce attraverso i suoi piani allucinati, le sue insolite giustapposizioni, le sue azzardate linee spaziali. Le sue superfici sono come i frame di un film: ti portano in continuazione in luoghi diversi, ma soprattutto in luoghi che non si conoscono ancora (o non si conoscono più). E, anche quando lei dà l’impressione di lasciar intravedere vestigia o resti di mondo, non lo fa per documentare dati reali, ma piuttosto per rivelare il loro inarrestabile dissolversi e sparire: il loro divenire come sfuggenti “madeleine” proustiane.
Capozzi e Matta. Due artisti che sembrano prediligere un’immagine rotta, sporcata, disorganica. Un’immagine sempre sospesa tra realtà e sogno, tra forma e informe. Una posizione sottile, precaria, che però allerta la percezione e invita chi guarda a un atto di ricomposizione. Ma che, in fondo, lascia liberi di decidere dove e quando fermarsi ed essere. Magari per interrogarsi sugli infiniti aspetti che lavorano dentro le immagini e la loro successione. Perché, qui, la pittura non è solo una superficie piatta su cui si stende il colore, ma una nuova, possibile, forma di esperienza visiva.