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La Giarina

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Mostra n. 143
10 OTTOBRE 2026

ANOTHER GREEN WORLD

Francesco Garbelli | Ernesto Jannini | Silvano Tessarollo
A cura di Valerio Dehò

È possibile parlare di “green” senza entrare in polemiche e in ideologie che sono diventate quasi delle religioni? Come l’Arte, che resta una sovrastruttura non solo in termini marxisti, dovrebbe occuparsene? Cosa accade quando il linguaggio individuale degli artisti si incrocia con la realtà fattuale e in particolare la visione distopica prevalente?

Forse alcune risposte provengono proprio da un approccio all’espressività artistica che ripercorre le linee di una rappresentazione, gli scarti della mimesi classica e che non accetta che la prassi estetica sia al servizio di un ideologismo inutile e vuoto. Le opere d’arte comportamentale, l’arte relazionale, mettono in scena l’ovvio come se fosse una scoperta. Si vuole sensibilizzare il pubblico a qualcosa che il pubblico già conosce attraverso i media. Global warming, inondazioni, o la maxi riedizione del Niño, sono cose che leggiamo e vediamo quotidianamente. Cosa possono darmi in più le scelte di qualche artista o le sue simulazioni di una realtà che supera quotidianamente l’immaginazione di persone che cercano una loro posizione nel mondo? Qualcosa del genere è già accaduto con i migranti, a cui sono state dedicate biennali, che hanno portato il milieu artistico a piangere lacrime di coccodrillo per i morti in mare, per le violenze, e che oggi sono passati di moda e quindi si è perso il trend e non servono più. L’arte se smette di rappresentare e di confondersi con la realtà (come se questa ne avesse bisogno) diventa più efficace, fa quello che deve fare, di lasciare messaggi iconici che affondano le radici nel tempo e non soltanto nello spazio.

Il titolo Another Green World è preso da un album di Brian Eno uscito nel 1975. L’idea di fondo della mostra certamente è la natura, lo spirito green, lo sfondo delle tragedie quotidiane e la lettura dalla prospettiva dell’arte e della cultura. Una natura non selvaggia o irrelata ma ricostruita dall’arte che ne ricrea i caratteri propri in una sintesi metaforica e indipendente. Non un’immersione, quanto uno sguardo complice che però resta un punto di osservazione da cui gli artisti guardano la contemporaneità. E poi c’è l’elemento della simbolicità di prospettiva, l’apertura verso orizzonti di significato non solo legati all’emergenza attuale, ma a una visione di trasformazione individuale, di partecipazione intellettuale, portata su di un piano simbolico che non si brucia nel presente. Perché La Tempesta del Giorgione continua a dirci qualcosa? Qual è il suo tempo, ieri oppure oggi, o ancora sempre?

Per questo gli artisti Ernesto Jannini, Francesco Garbelli e Silvano Tessarollo che ormai fanno parte della storia della galleria, sviluppano il loro linguaggio con lo strabismo necessario, un occhio al mondo e a quello che succede, e l’altro alla propria ricerca. Jannini, forse il più narrativo dei tre, utilizza la presenza degli uccelli nei suoi quadri per rappresentare il “simbolo di quel cielo sotto cui si decide il destino degli uomini”. Ma da scrittore, artista e uomo di teatro la sua nuova produzione affronta anche il tema di come il ridicolo nel mondo attuale si mescoli con il tragico. Rievoca in questi lavori recenti, la figura lombardo-veneta di Arlecchino, ma riprendendo la simbologia germanica e francese di Hellequin, semi dio portatore di morte che si diceva si materializzasse nei campi di battaglia disseminate di morti al termine della battaglia. Il male può prendere le sembianze colorate anche di una maschera da Commedia dell’arte o di un presidente degli Stati Uniti o di un Joker sfuggito alle maglie della fiction. L’artista indica nel sogno di onnipotenza la tragedia del mondo, i padroni del mondo si pensano artefici di una storia che calpesta diritti e comportamenti etici. Tessarollo nei suoi grandi e straordinari disegni ha già manifestato la sua partecipazione a un mondo arso e quasi privo di vita, forse salvato dalla bellezza delle forme. Anche le dimensioni eccezionali dei lavori davano l’idea di far immergere lo spettatore in una natura segnata dalla trasformazione. Ma in alcuni acquerelli recenti attraverso l’uso del colore è riuscito a creare, tra un intreccio floreale e il corpo umano, una sintesi che è simbiosi, tentativo di riconciliazione, di abbraccio fecondo come possibilità di uscita dalla distopia. Garbelli cita, come segno di continuità, una delle sue prime mostre presso la galleria veronese nel 1993, con un lavoro che richiama la leggenda di Sant’Ubertus, letta in chiave di monito circa la perdita del senso religioso della natura. L’artista ha alla base della sua poetica l’interazione tra simboli del passato e simboli e segnali del presente. Un lavoro nuovo è invece Amabomb del 2026, un light box in forma di pacco Amazon (con tanto di logo) in cui la natura è rappresentata in un fungo atomico che ricorda anche la silhouette di un albero. L’evoluzione dei simboli ridotti sempre più da un valore antropologico ad uno semplicemente prescrittivo, sono segni di un cambiamento culturale profondo. I segnali di pericolo, le indicazioni stradali, i simboli di divieto diventano indicazioni coercitive di un mondo vuoto di ideali, di una natura dimenticata vincolata solo alle leggi del profitto e dello sfruttamento.

Con questa mostra la Galleria La Giarina Arte Contemporanea riapre dopo un periodo di forzata inattività. E per la mostra di riapertura è sembrato giusto riprendere un discorso da dove si era interrotto, per dare il senso di continuità di una galleria che rimane un punto di riferimento in Italia.

Valerio Dehò